Il critico: la Moratti voleva fare una delibera per impedire che gli amministratori dessero quadri alle mostre Per somigliare gli somiglia. Uh se gli somiglia! Qualche filosofo si spingerebbe un po' più in là: parlerebbe di perfetta «identità ». Certo, il quadro che compare nella terza sala della mostra di Palazzo Reale, dedicata al Futurismo, ha un titolo diverso: Donna futurista. È un Umberto Boccioni del 1910, un olio su tela, proveniente da una «collezione privata». Lo stesso quadro appare nel catalogo ragionato delle opere di Boccioni, curato da Maurizio Calvesi ed Ester Coen. Solo il titolo cambia: Testa femminile. Ma per il resto è la goccia sputata di quello esposto a Palazzo Reale. Anche le dimensioni: 64 per 66 quello a Palazzo Reale, 64 per 66 quello riportato da Calvesi e Coen. Solo che la «bibbia» boccioniana svela un piccolo segreto che il catalogo della mostra sul futurismo non può fare. Al posto di «collezione privata», compare il nome della proprietà: Collezione Moratti. Quindi, per rimanere in metafora filosofica, il sillogismo porterebbe a credere che un quadro esposto in una mostra organizzata dal Comune arrivi direttamente da casa Moratti. Ma la smentita è secca. Almeno quella di Palazzo Marino: «Non c'è nessun quadro di Letizia Moratti all'interno della mostra di Palazzo Reale ». Più titubante la curatrice della mostra. Prima si trincera dietro un «non posso rispondere ». Poi, dopo un veloce conciliabolo, la risposta si fa più certa: «Non c'è nessun dipinto della Moratti a Palazzo Reale». D'altra parte, se uno guarda la data di pubblicazione del catalogo di Calvesi e Coen qualche dubbio può venire: il 1983. Il quadro potrebbe aver abbandonato la collezione Moratti per altri lidi. Oppure la tela è di qualche altro ramo della famiglia. «Ma che state dicendo? irrompe Vittorio Sgarbi, ex assessore alla Cultura, cercando di risolvere il «giallo» della tela Quel quadro è stato in casa di Letizia Moratti fino a qualche tempo fa. Tanto che io lo avevo proposto per una mostra a Palazzo Reale dedicata a Boccioni, ma la curatrice non lo prese. Facendo un errore. Perché è un bel quadro e soprattutto è un quadro certo. Al suo posto mise un'altra tela dubbia». Sgarbi non si scandalizza della possibilità che un quadro del sindaco finisca in una mostra organizzata dal Comune. Anzi. «Il principio è semplice. Se il quadro è importante, se ha una bibliografia, se è bello non fa altro che valorizzare una mostra. Sicuramente il Boccioni in questione ha tutti questi requisiti. Se, invece, l'opera non è sicura e la metti in mostra entri nell'altra logica: di fare un favore a chi te la presta e quindi è giusto che non sia esposta perche non sarebbe più il privato ad aiutare il pubblico, ma è il pubblico che aiuta un privato ». Questione chiusa? Non per Sgarbi. Che ricorda un altro episodio. Quando prestò alla mostra di Palazzo Reale, L'Arte delle Donne un'opera di Artemisia Gentileschi che proveniva dalla sua collezione Cavallini-Sgarbi e aveva fatto il giro del mondo. Il comitato scientifico aveva detto sì, ma il curatore si oppose. «Allora ricorda Sgarbi mi chiamò la Moratti e mi pose un problema di conflitto di interessi. Anzi, mi disse che si doveva stabilire nero su bianco, quindi con una delibera di giunta, che gli amministratori pubblici non possono prestare le loro opere alle mostre del Comune. Quella delibera non venne mai fatta. Mi chiedo una cosa: come mai la Moratti si è dimenticata di quella decisione? Per la Moratti non valgono le questioni etiche che allora valevano per me? Alla fine, come sempre, avevo ragione io».