Gli anni Cinquanta esplorati in Inghilterra e negli arcipelaghi siciliani Un mondo ormai scomparso che torna a vivere «È bello sbarcare a Londra in unora non di punta, in una grande e accogliente stazione, e poterne gustare gli aspetti minuti, il facchino in ozio che si gratta la testa, che accende la sigaretta dopo aver bevuto il suo ultimo tè, il passeggero senza fretta che monta sulla bilancia». Bartolo Cattafi, il poeta sbarcato a Greenwich nel 1952 per un reportage per il quotidiano "LOra" descriveva così le prime impressioni del suo arrivo a Londra. La guerra è finita da soli sette anni, e si deve accontentare di dormire in un "albergo della gioventù". «Questi hostels - scrive Cattafi - sono disseminati un po dappertutto in Europa, in essi cè un minimo di comforts e lo studente giramondo può trovarvi un materasso e un sandwich per pochi spiccioli». Certo, a leggere oggi delle lunghe file di letti in cui si veniva alloggiati si ha più lidea del ricovero o del pubblico dormitorio che di un luogo dotato di comfort e la descrizione dei bagni rinfranca ancor meno: era conveniente frequentarli la mattina presto, prima che la segatura buttata per terra diventasse fanghiglia. Tutto lostello della gioventù porta ancora i segni di uninquietudine non placata. «Tedeschi, inglesi, negri, svedesi, italiani, francesi, svizzeri, ex bombardatori ed ex bombardati, vinti, vincitori e neutrali, giovani uomini dEuropa e del mondo, biondi e bruni, bianchi e neri ci incontrammo tutti in quellatmosfera da gelida emergenza (...). Una lunga fila di rossi estintori e di secchi colmi di sabbia stavano anchessi in attesa. Lattesa del fuoco, dellora X, del panico, della morte? Ma la guerra non è finita, e ormai da sette anni, perché ancora gli estintori e la sabbia e gli incubi?». Con tratti veloci ma di grande incisività, sfruttando notazioni minime della più normale quotidianità e dotte citazioni storiche, sbozzando in poche righe ritratti di personaggi notevoli, incontri inconsueti, scorci di paesaggio di grande impatto visivo, i reportage di Bartolo Cattafi raccontavano terre geograficamente piuttosto vicine ma psicologicamente lontane. In attesa che un Meridiano li raccolga, insieme con tutta la sua produzione poetica, leditore Gbm di Messina ne ha messo insieme una silloge, riunendoli appunto sotto il titolo di "Le isole lontane" (euro 14). Si tratta di un volumetto elegante, di piccolo formato quadrato, della collana Opuscoli di Ethos, in cui i testi si alternano a fotografie, molte dello stesso Cattafi. Il libro interessa per il carattere di documento indirizzato al lettore affezionato allopera del poeta barcellonese, che ritroverà puntuali convergenze tra la prosa giornalistica e la produzione poetica. Ma anche il lettore comune, in questa sorta di viaggio archeologico, ritroverà luoghi del tutto conosciuti, editi, familiari al suo sguardo, narrati allimpronta da una prospettiva che diventa inedita anche per la distanza temporale che ci separa da quando sono stati scritti. Accanto a tre reportage dallInghilterra scritti per "LOra", troviamo uno scritto sullo Stretto di Messina e sulle Eolie, apparso come introduzione al volume fotografico di Alfredo Camisa pubblicato dallAutomobile Club nel 1961. E poi il reportage che dà il titolo alla raccolta di Gbm, "Le isole lontane" appunto, pubblicato nel 1955 nella rivista della Pirelli. Si tratta di un viaggio attraverso tutte le isole che gravitano intorno alla Sicilia: dalle Eolie alle Egadi, a Linosa, Lampedusa e Pantelleria. Visitate una dietro laltra in rapida successione, con lo sguardo stupito che si scopre guardando oggi "Stromboli terra di Dio" di Rossellini, "Lavventura" di Antonioni, "Vulcano" con Anna Magnani. Spazi altri si hanno davanti, isole dal profilo diverso rispetto a quello a cui siamo assuefatti, interessanti per motivi antropologici e sociologici, non tanto turistici. Allora erano appunto isole marginali, terre demigrazione soprattutto, abbandonate a se stesse. Cinema e giornalismo le andavano scoprendo per la prima volta. Scrive Cattafi di Salina: «Nel secolo scorso tutto vi andava a gonfie vele; lisola aveva una flotta propria, 7.000 abitanti, moltissimi vigneti. Velieri andavano e venivano, imbarcavano vino comune, vino malvasia, capperi, uva passa per tutti i mercati. Nel 1890 venne la sciagura (ï). Si chiamava Philloxera Vastatrix, fillossera della vite. Le bastò un anno per uccidere i vigneti. I velieri, allinfuori dei capperi, non sapevano più cosa importare e se ne andarono per sempre. Se ne andarono per sempre anche molti uomini, a cercare miglior fortuna in America e in Australia». Il vuoto lasciato dai vigneti viene colmato dalla macchia mediterranea. Gli abitanti rimasti vengono descritti da Cattafi come pionieri alla rovescia: «Non marciano verso zone con lEldorado davanti agli occhi, retrocedono, resistono senza speranza allinselvatichimento della loro isola; ginestre, eriche, felci li stringono sempre più dassedio». Allo stesso modo, la povertà di Linosa viene tratteggiata con pochi tratti incisivi. Isola magra, viene detta, in cui non si beve latte perché viene lasciato ai vitellini, per portare avanti lunica attività economica: lallevamento. Il pane a Linosa viene fatto ogni venti giorni, tale è la povertà, perché se ammuffisce viene meno voglia di mangiarne, e così si risparmia. Gli abitanti chiedono «ma perché il governo non ci fa sloggiare e non ci porta in un posto migliore? Perché dobbiamo continuare a patire su questo scoglio?». Ma è certamente il reportage su Lipari e sullattività estrattiva della pomice il lavoro più riuscito. È intitolato "La montagna leggera", scritta per la "Pirelli". La rivista aveva i suoi interessi a commissionare un tale lavoro. Strumentazioni Pirelli, puntualmente citate e descritte da Cattafi, venivano adottate dalle ditte che estraevano la pomice. Soprattutto i respiratori che venivano dati in dotazione agli operai per combattere il rischio, molto presente, di silicosi polmonare. Il reportage si fa puntuale relazione tecnica. Con grande precisione vengono presi in considerazione i cicli di lavorazione, le tecniche estrattive, i già citati rischi per la salute dei lavoratori, le gesta di personaggi quali Cristoforo I., fedele operaio della ditta con mansioni di capotaglia, che racconta i pericoli del suo lavoro, issato anche 15 metri daltezza a picconare le pareti per farle crollare al suolo. La relazione di viaggio diventa approfondito e completo studio sociologico a spiccata vocazione industriale. La prosa si fa precisa, puntuale, approfondita. Meno impressionistica. Il reportage consente di ricostruire tecniche e cicli di lavoro. Diventa documento, preziosa ricostruzione storica. E ti si piantano negli occhi, anche in questo caso, certe immagini. Le bellissime foto di Cecilia Mangini. Suo è un ampio servizio del 1950 sui lavoratori della pomice di notevole valore documentario e sociale.