Scoprire Venezia guardando al di là di essa, alla sua storica rete di rapporti e relazioni, come in una fotografia. «Leggerla» tanto più nitidamente, quanto più la si ingrandisce, sino a vederne i reali confini. E' quel che fa, da anni, quasi in controtendenza rispetto a tanta storiografia minimalista, un grande storico dell'architettura come Ennio Concina, il massimo esperto dell'Arsenale di Venezia, che studia nei suoi libri e dalla sua cattedra di ordinario di Storia dell'Arte Bizantina, a Ca' Foscari, le trasformazioni della nostra città dal Medioevo al Rinascimento. Un metodo di indagine che, da veneziano, Concina considera pienamente valido anche per garantire un futuro «produttivo» alla sua città. Professor Concina, come guardare, allora, alla storia della città? «Non si comprende la storia architettonica e urbanistica di Venezia, guardandola solo dalla laguna. Si rischia di fraintendere i ritmi di realizzazione dei progetti, falsati dall'ottica di vederla come città dell'impossibile nella fase tardo-medievale. Invece Venezia è legata a una scala talmente ampia, che va oltre il Mediterraneo. E', nel Medioevo e nel Rinascimento, una vera città-stato imperiale che sperimenta alcune innovazioni prima fuori di essa, per poi riportarle qui come progetti per Venezia stessa. La storiografia su di essa viene spesso falsata dalla scala limitata solo alla città. La dimensione degli interventi della Serenissima è invece talmente ampia, che se non si focalizzano i programmi su grande scala, non si riesce nemmeno a capire cosa succedeva in Piazza San Marco». Non una città conservatrice, dunque? «Tutt'altro. Una città dell'innovazione, rapida nelle sue decisioni e dotata di grande flessibilità, in sintonia con gli altri grandi centri del Rinascimento, mostrando la stessa flessibilità». A proposito di modelli e di tecniche legate alla città, lei sta per pubblicare un insolito dizionario. Di cosa si tratta? «Di un dizionario tecnico-artistico del Medioevo e primo Rinascimento legato a Venezia, a cui lavoro da anni, anche perché non si basa solo sulle e fonti e la terminologia tecnica e artistica in vigore a Venezia, ma allarga la ricerca all'Istria, alla Dalmazia, all'Albania, all'area greca». Quanti termini del mondo della tecnica e dell'architettura ha censito? «Oltre quattromila, ma non si tratta di un dizionario in senso strettamente linguistico, perché il il tentativo è quello di stilare un quadro, insieme alle parole, di ciò che ad esse sta dietro. E' un'opera che potrà servire per la formazione di ricercatori universitari perché si approprino delle conoscenze filologiche in campo tecnico e del restauro. Ma anche, nel campo dei beni culturali, agli stessi funzionari delle Soprintendenze, per leggere le fonti documentarie e per capire, attraverso i termini, le varie tecniche artistiche, anche ai fini del riuso dei materiali. Basti pensare, ad esempio, alla "cultura" della falsificazione dei prodotti nel Rinascimento, dal tessuto ai gioielli, anche ai fini della conservazione. Anche qui, in un'ottica più larga di quella a cui siamo abituati, visto che, ad esempio per l'approvigionamento dei colori a Venezia, la biacca veniva da Costantinopoli e le terre refrattarie dalle Baleari». La Venezia di oggi e la sua crisi. Il suo passato può insegnarle qualcosa? «Sono convinto di sì. E' indispensabile reinventarsi una capacità di produzione culturale della città, ed esportarla. Venezia deve tornare ad essere un luogo di formazione a scala ampia, dai Balcani al Mediterraneo orientale, nel settore della conservazione e della valorizzazione dei beni culturali». Come fare? «Iniziando a rilanciare le grandi istituzioni cittadine che fanno cultura, a cominciare dalle biblioteche. La Marciana lo sta facendo, e più risorse dovrebbero essere stanziate per l'Archivio di Stato, che ha un patrimonio di valore inestimabile che interessa studiosi di tutto il mondo. Si potrebbe creare a Venezia un polo di "composizione" culturale tra quest'area euromediterranea e l'Est europeo. E' il momento di essere coraggiosi e di investire nelle infrastrutture culturali esistenti». Lei conosce come nessun altro la storia dell'Arsenale. Cosa pensa del recupero che è in atto? «Sono sostanzialmente d'accordo sull'articolazione delle sue funzioni. Andrà però prevista anche una fruibilità sociale degli spazi e anche aree per attività di carattere artigianale, legate alla città. Si è persa, a suo tempo, l'opportunità di collocare qui le università. Sarebbe stato un modo intelligente di spostare concretamente una parte dei flussi in arrivo a Venezia». Sta nascendo anche un Centro Studi sull'Arsenale. «Sono pronto a mettere a disposizione i materiali del mio archivio costituito sull'Arsenale. Possiedo la schedatura completa di tutte le fonti iconografiche e i documenti che riguardano le trasformazioni del complesso, Ma finora nessuno me lo ha chiesto». La città cambia anche sul piano delle trasformazioni architettoniche negli spazi pubblici. Cosa pensa della Punta della Dogana di Tadao Ando? «Apprezzo moltissimo Tadao Ando come architetto, ma sono perplesso di fronte alla proposta dei due maxiobelischi in campo della Salute, perché andrebbero a interagire con uno spazio già configurato. Capisco che vogliano essere un richiamo per il nuovo museo, ma non ne vedo la necessità. Spero almeno che l'intervento sia reversibile. Se ogni potenziale mecenate vuol lasciare un segno del proprio passaggio sulla città, il rischio è quella di stravolgerla completamente». E le maxipubblicità nell'area marciana? «Sono davvero deturpanti. Comprendo la necessità di reperire nuovi fondi per la città, ma credo si possano immaginare modi più rispettosi. Si può pensare a sponsorizzazioni di utilità urbana, che vadano, ad esempio, dall'uso dei biglietti Actv a quelli dei musei per pubblicizzare il marchio di aziende». -