«In tutta Europa quella vernice è ammessa, in Italia no. E quella vernice, che non danneggia e anzi è amovibile, sarebbe la salvezza dei nostri affreschi. Così, invece, viene da chiedersi se è valsa la pena riportarli alla luce e restaurarli». Il professor Giorgio Nicolini, storico trevigiano, è molto arrabbiato. Gli affreschi con immagini sacre che, qui e là, punteggiano le passeggiate in centro dei trevigiani, sono anneriti, consumati dall'esposizione all'aria e allo smog. E rischiano di consumarsi e scomparire. «Primo fra tutti quello del Tiziano che sta alla base del campanile del Duomo - spiega Nicolini - Quello che in altre parti del mondo sarebbe un richiamo per i turisti, con tanto di segnalazione in tutte le guide, teca climatizzata e percorso privilegiato, da noi viene lasciato annerire e consumare». Un Tiziano lasciato alle intemperie, possibile? «E' un Tiziano - dice Nicolini - lo conferma il contratto dell'epoca, con tanto di firma del maestro e di cifra pattuita. Me per noi trevigiani, oramai, è solo una macchia di colori incerti che sta perdendo ogni fattezza di pregio». Non ci piove (anzi, sì, ci piove) che nulla cambierà per il Tiziano «esterno» al duomo (quello interno è invece ancora mèta di visite). Come non cambierà per tanti altri affresci, forse meno nobili ma che costituiscono un "percorso", che si possono ammirare, solo alzando gli occhi, sotto i portici di Calmaggiore. «Se non ci si lascia commuovere nemmeno da un affresco di Tiziano Vecellio, uno dei padri della pittura italiana - dice Nicolini - come possiamo pensare che qualcuno prenda a cuore le opere minori, magari anonime, che in altri Paesi d'Europa, dalla Francia alle Germania, verrebbero catalogate, protette, illuminate, fatte diventare una delle attrattive della città? Poi, all'ingresso di Treviso, trovi la scritta luminosa che la proclama "città d'arte". Città di cosa, se l'arte non viene protetta? A questo punto viene da chiedersi: non era meglio lasciare quelle opere sotto lo strato di calce, in attesa della speranza di una maggiore tutela? Così le stiamo perdendo definitivamente, senza appello. Di quegli affreschi, già oggi, l'unica testimonianza di pregio sono le foto che furono scattate quando furono riportati alla luce. Quelli che vediamo oggi, salvo quello vicino a Cappelletto, fortunatamente restaurato a spese della stessa famiglia Cappelletto, sono le annerite controfigure degli originali». I trevigiani non ci fanno più caso. Ed evidentemente non li considerano una delle attrattive della città. Come bastasse essere la patria dei maglioni e dei «pinguini» per poter menar vanto all'estero. Chi ha ancora la ventura e il coraggio di alzare gli occhi sotto i portici può ormai solo immaginare lo splendore di una (ormai solo decantata» «urbs picta» che davvero non c'è più. «E pensare - dice Nicolini - che all'estero, grazie alla vernice proibita dalle nostre Soprintendenze, si danno arie città d'arte che valgono molto meno della nostra e che hanno una storia infinitesimale rispetto a Treviso».