Papà, ma museo viene da muso?, chiese un dì il figlio a Francesco Antinucci. E lui non perde occasione per raccontare l'aneddoto ogniqualvolta (spesso) lancia i suoi strali di psicologo cognitivo contro struttura e organizzazione dei nostri musei. Fanno venire il muso perché non sanno comunicare, perché non tengono fede al loro compito principale di far conoscere al visitatore le opere che espongono. Di trasmettere cultura. L'analisi di Antinucci è ora nero su bianco, s'intitola semplicemente Comunicare nel museo. E semplice procede, lucida, precisa. Incalza per aforismi e imperativi, pars destruens e constntens. Le opere d'arte sono segni, realizzate per un fine preciso e per comunicare un preciso messaggio. Tolte dal loro luogo d'origine e portate nel museo, si trovano piazzate una accanto all'altra secondo cri-teri tassonomici che poco o nulla recuperano del contesto originario. Perdono buona parte del loro valore comunicativo. È questo un vizio del museo pubblico settecentesco da cui non ci siamo ancora liberati, dice Antinucci. Lo notava già Quatremère de Quincy. Oggi, nel XXI secolo, siamo pervasi dal culto della "bella rovina". Ma che senso può avere un capolavoro corroso dal tempo, privato della sua integrità originaria? Antinucci tuona, categorico. Non restaurare, restituire, ricostruire è una sorta di omissione di soccorso. Lo stesso vale però anche per semplici oggetti d'uso: anche loro hanno diritto al soccorso per raccontarci la loro storia quotidiana. Ma per ricostruire opere, oggetti e i loro contesti, magari in scala 1:1. servono spazi. Quanti posso.no permettersi dì crearne ad hoc come ha fatto (già ai primi del Novecento) il Pergamon Museum di Berlino? Oggi però l'alternativa salvaspazio c'è e la si conosce, la realtà virtuale. È l'unica, oltre all'impareggiabile scala 1:1, a offrire un impatto visivo immediato, a dire quel che mille parole non potrebbero dire mai. Consente di "immergersi" nel monumento o nell'opera e provare le medesime sensazioni visive di chi un tempo si immergeva nell'originale. Permette ricostruzioni ipotetiche. in assenza di dati certi, di presentarne anche più d'una, di scegliere, modificare. Perché dunque cotale meraviglia si usa ancora poco o male? Perché bisogna cambiare il museo, conclude Antinucci. Le interminabili e affastellate teorie di opere devono lasciare spazio a poche scelte mirate che, con l'opportuno "soccorso", diventino vero accrescimento conoscitivo per il visitatore. Esporre per comunicare: solo così al museo non ci verrà più il muso. Antinucci avanza anche proposte su come fare, nel dvd allegato al libro. Idee semplici ed efficaci. Come l'armonico integrarsi di oggetti, ricostruzioni e video al museo di Castiglion Fiorentino. O il dvd su Paestum dove la passeggiata archeologica rimanda di continuo a oggetti nel museo e a ricostruzioni. Idee sempre perfettibili, il nuovo museo non ha ancora la sua "formula vincente". Non la cerca neppure. È luogo del comunicare, e la comunicazione si evolve. (C.d.M.) Francesco Antinucci, «Comunicare nel museo», Laterza, pagg. 180, con dvd video, 24,00. Il libro verrà presentato a Roma, ai Mercati di Traiano, mercoledì 24 marzo alle 18 da A. Abruzzese, S. Bordini, C. Dal Maso, C. Strinati, L Ungaro e dall'autore.
Museografia: il silenzio degli spazi del sapere (presentazione del libro Comunicare nel Museo)
Francesco Antinucci, psicologo cognitivo, critica i musei pubblici settecenteschi per la loro organizzazione e comunicazione. Secondo lui, le opere d'arte sono segni che perdono il loro valore comunicativo quando sono esposte in musei senza il contesto originario. Antinucci propone di utilizzare la realtà virtuale per ricostruire opere e contesti, offrendo un impatto visivo immediato e permettendo ricostruzioni ipotetiche. Egli sostiene che i musei devono cambiare la loro strategia di esposizione, focalizzandosi sulla comunicazione e non sulla semplice esposizione di opere.
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