Affreschi e giochi di prospettiva, viaggio nella dimora Era una di quelle chimere veneziane di cui molti han sentito parlare e pochissimi conoscono davvero. Impantanato per decenni fra progetti falliti (la Olivetti, negli anni Ottanta, voleva farne il suo fiore all'occhiello) e restauri mirabolanti (e lunghissimi), Palazzo Grimani c'era, ma era come non esistesse. La sua apertura, a metà dicembre, è stata una deflagrazione nel panorama culturale veneziano. Al punto che le visite, rigorosamente su prenotazione, registrano il sold out fino a metà marzo. Cosa attrae tanto di un palazzo che altro non è se non il museo di se stesso? La sua unicità, il suo essere compendio e creazione inedita del genio di due protagonisti del '500 veneziano. Forse Vettor e Giovanni Grimani, accomunati da immense ricchezze, potere e da una passione sfrenata per l'arte, erano pienamente consapevoli che la loro «casa» sarebbe stata percepita come uno scrigno multisensoriale. Mirabilia Palazzo Grimani è un palinsesto inestricabile di accorpamenti, decorazioni certosine e uno stile assolutamente inedito. Tutto ruota attorno ai sensi, lo sguardo si posa su ogni dettaglio, si fa ingannare piacevolmente dai soffitti affrescati a trompe-l'oeil, non sa decidere fra la lusinga di una prospettiva di porte monumenta-li, il coup-de-théâtre magistrale della tribuna a pura illuminazione naturale su cui volteggia un Ganimede rapito dall'aquila. Sono preziosi gli stucchi cesellati di ogni centimetro quadrato, stupefacenti i pavimenti - realizzati sì secondo il tradizionale pastellon veneziano - ma decorati a tinte pompeiane. Segreti Come in ogni antico palazzo che si rispetti, non manca la componente del mistero. A partire dal nome degli architetti o dell'architetto che avrebbe concepito un'orchestrazione di spazi, di luci e ombre, tanto affascinante e tanto poco «veneziana». Si studiano gli archivi, i documenti dei fratelli Grimani, ma, alla fine, le architetture marmoree suggeriscono, maliziose, un capriccio disegnato dai committenti stessi grazie ai consigli di un entourage che includeva i massimi architetti del tempo. Sarà che i due fratelli (Vettore, procuratore di San Marco, mecenate di Jacopo Sansovino e soprattutto Giovanni, divenuto poi Patriarca di Aquileia) non si stancarono mai di lavorare a una dimora nobile che diventa un palinsesto di arti. Del resto, palazzo Grimani fu nel '500 un cenacolo operativo per architetti e artisti. Romana l'impostazione, antichi i temi naturalistici degli impressionanti affreschi, ma del tutto originale l'impostazione complessiva. Collezioni Per capire davvero lo scrigno dei Grimani è necessario immaginare cosa fosse a fine '500: un museo privato fra i più forniti al mondo con una collezione scultorea (ora vanto del museo archeologico di piazza San Marco) e una collezione di dipinti che inanellava i fiamminghi, Bosch, Memling; il grande tedesco Dürer, e poi, ancora, Raffaello, Michelangelo, Leonardo, Giorgione, Tiziano, Tintoretto. E anche disegni, arazzi, gemme, cammei, ceramiche. Il gusto del collezionismo militante impregna ogni sala. Mecenati Scintillano i soffitti decorati da un Eden vertiginoso, splendono i marmi restaurati con cura, ma il cuore di Palazzo Grimani è una perla di alta tecnologia, la più discreta possibile. L'acqua alta eccezionale di inizio dicembre è stata uno dei test superati dal sistema di difesa dalle acque alte e parlano di modernità anche i totem progettati ad hoc che riscaldano, illuminano, informano in ogni sala senza sfiorare le preziose superfici. I lavori di restauro, realizzati con soli finanziamenti pubblici, dalla Sovrintendenza veneziana guidata dall'architetto Renata Codello, hanno portato all'inserimento del Palazzo nel Polo Museale Veneziano insieme alle Grandi Gallerie dell'Accademia, al Museo Archeologico, a quello Orientale e alla preziosa Ca' d'Oro.