La polemica Non ho mai conosciuto una condizione più commovente di quella a cui ho assistito nel febbraio 1987, a Mosca e a Pietroburgo, tra giovani professori e studenti universitari russi e redattori di case editrici. Erano i primi anni del governo Gorbaciov, quando egli tentava invano di riformare lUnione Sovietica. La nuova dittatura era goffa, pesante, approssimativa, disordinata. I burocrati e i politici ubriachi venivano cacciati dai loro uffici. Non si poteva bere vino e vodka prima delle quattordici. In Georgia le meravigliose piante di uva bianca venivano sradicate, per mantenere i cittadini puri da ogni tentazione alcoolica. I miei giovani amici erano felici. Pensavano che la grande baracca di cartone, sangue e chiacchiere, che portava il nome di Unione Sovietica, stava per crollare. Ogni giorno, senza frastuono ne cadeva un pezzo. Solo il borsc e il caviale conservavano il loro profumo. I giovani sognavano la libertà, immaginavano viaggi in Europa, consultavano carte geografiche, speravano che, fra pochi mesi, sarebbero diventati ricchi e liberi come i giovani occidentali. Guardavano i nostri vestiti, le nostre scarpe dinverno, le macchine fotografiche; e mi facevano sentire colpevole, come appartenessi ad una falsa razza di superuomini. Avevano una curiosità insaziabile. Le guide dellErmitage tempestavano di domande: "Come è Versailles?", "E Brera?", "E Mantova?", "Quanti sono i Rembrandt a Amsterdam?", "E dove abitava il Bellotto in Polonia?". Attentissime e sorridenti, con occhi che brillavano e scintillavano, le studentesse di Mosca volevano sapere come vivevano le ragazze di Roma e di Parigi. Come vestivano? E le scarpe? E i cappellini? Portavano i blue jeans? Cosa accadeva di là, in quellaltro mondo, che esse non potevano visitare? LA GUERRA TRA PROLETARI LA lingua DEI politici (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Anche questo piccolo sottosopra fa meglio capire, insomma, che questa rivolta degli operai, dei sindacati e dei giornali inglesi contro trecento manovali e tecnici italiani - più precisamente siciliani della Irem di Siracusa - «che rubano il lavoro» in una raffineria del Lincolnshire, non è solo una bruttissima notizia, una campana che annunzia una crisi sociale potentissima, il segnale odioso della catastrofe che ci aspetta. È anche un rovesciamento, unimpossibilità che diventa reale come il pesce asciutto o lasino in groppa alluomo o gli inglesi di mare appunto che rivendicano diritti di suolo proprio come quei terragni che hanno sempre disprezzato e dovunque conquistato. Dunque da tre giorni gli operai scioperano in tutto il Nord dellInghilterra, in Scozia e anche nel Galles, e picchettano quelle strade fredde e metalliche, dominate dal giallo sporco, che sono sempre uguali attorno alle raffinerie di tutto il mondo, da Siracusa sino a North Killingholme. E sono uguali anche le fabbriche, tecnica pura che non distingue tra lulivo siciliano e la quercia inglese, luoghi spettrali della macchina dove luomo è solo una funzione senza identità. «Guardate quei tubi qui dietro, li abbiamo fatti noi. Perché adesso devono farli gli italiani?» chiede al cronista della tv online del Telegraph un capo operaio inglese, un omone tarchiato, muscoloso e irsuto: «Noi non ce labbiamo con gli operai stranieri, ma con i padroni». E conclude con orgoglio: «Questo è suolo inglese e noi siamo gli skilled english workers, gli operai specializzati inglesi». Cè infatti anche questa novità nel Lincolnshire: una guerra tra operai specializzati. Per la verità la Irem di Siracusa ha vinto un subappalto per 200 milioni di sterline da una società americana, la Jacobs. E la raffineria Lindsey oil è della Total, che è francese. A conferma che le macchine non solo non distinguono tra gli uomini, ma non distinguono neppure il capitale che, come si sa, oggi è un valore al quale lidentità toglierebbe efficacia e forza. Il punto è che nessuno, e meno che mai gli inglesi, si aspettavano unesplosione di nazional laburismo proprio in Inghilterra che non è solo il più internazionale dei mercati dEuropa, ma è anche il Paese che non ha momenti, non ha tracce storiche di questo "bossismo" che noi invece conosciamo bene. E non soltanto perché lo stiamo attivamente praticando, dalla Cascina Magnago, che è luniversità (si fa per dire) leghista, sino a Lampedusa, che ne è il laboratorio. Ma anche perché lo abbiamo dolorosamente subìto dappertutto, e per esempio in Francia dove persino il Partito comunista difendeva i posti di lavoro della classe operaia francese insediati dagli «orsi stranieri» e dove, nel villaggio di Aigues-Mortes, il 17 agosto 1893, una folla inferocita linciò gli italiani che «rubavano lavoro» nelle saline di Perrier e Peccais «monticoli di sale - scrisse Ugo Ojetti sul Corriere - dun candore tanto aggressivo che stringe e bagna la bocca di salsezza». Al grido di «a morte gli italiani, viva lanarchia, viva la Francia, fuori gli orsi italiani», ne scuoiarono e salarono come acciughe un numero ancora oggi imprecisato che va da un minimo di nove a un massimo di cinquanta, quasi tutti piemontesi. Nulla del genere accadde in Inghilterra che conquistava continenti solo perché aveva bisogno di legno di pino per le sue navi e di tessuto di lino per le vele, e che era abituata a spedire le sue eccedenze demografiche, le sue bocche da sfamare, sulle coste dellAtlantico e in Australia. LInghilterra non ha mai pensato allo spazio come suolo, come terra, ed è sempre stato il paese del melting pot, del crogiolo di razze e di etnie: scozzesi, irlandesi, inglesi e prima ancora normanni, vichinghi, scandinavi, e poi i neri dellAfrica, gli indiani, i pachistani, i cinesi? Ecco perché fa impressione vedere il ministro dellAmbiente Hilary Benn solidarizzare con gli scioperanti e promettere «un intervento del governo» per blindare quel territorio e quelleconomia che proprio i capitali e il lavoro stranieri hanno reso grandi. Intervistati dalla Bbc i meno esagitati dei British Workers si appellano al primo ministro Gordon Brown ricordando che proprio lui, insediandosi a Downing Street, aveva lanciato lo slogan "British jobs for British Workers". E ovviamente, come racconta il Telegraph, stanno arrivando alla spicciolata nel Lincolnshire i ladri di anima politica, e non solo gli estremisti di destra del British National Party che scompigliano le conversazioni con la loro magniloquenza lasciando che le raffinerie del Nord, diventate Environment and Country, Ambiente e Patria, accreditino le differenze delle razze nel giorno del disvelamento: «a great day for british nationalism». Ma arrivano anche le carovane della solidarietà della ritrovata, riscoperta e rilanciata lotta di classe che, per la verità, è diventata lotta dentro la classe nel paese dove è sepolto Carlo Marx che voleva invece unire i proletari di tutto il mondo e quasi quasi cera pure riuscito. Arrivano dunque i primi riorganizzatori delle coscienze, estremisti di sinistra e rivoluzionari attratti da queste strade rabbrividenti e da queste folle stonate. Ma la crisi che comincia farà anche questo: scombinerà il passato e letica che su quello sta ancorata. Nella storia inglese, in quellapocalisse che fu la rivoluzione industriale, Captain Swing se la prendeva con le macchine, lodio era contro la tecnica, contro «il capitale costante» diceva Marx. Al contrario il «capitale variabile» era compatto, unito, e la guerra degli operai contro gli operai, la guerra tra poveri non era né praticata né prevista. Ebbene, immaginatevi cosa succederà quando il malessere diffuso si impadronirà, come prevedono gli economisti, degli altri Paesi dEuropa sinora abituati al benessere diffuso. Altro che virtuosità della crisi e ritorno alla sobrietà! La povertà e la disoccupazione sono brutte bestie, come adesso ci insegna la civilissima Inghilterra. Ebbene, evitiamo di pensare alla Germania, che sino ad oggi è stata "lAmerica dei Turchi", e alla Francia, che è il Paese con la più grande comunità musulmana dEuropa. Limitiamoci allItalia, dove il razzismo contro gli immigrati meridionali degli anni cinquanta e sessanta ci aveva, in qualche modo, preparati alle sordità leghiste. Ieri, agli operai italiani assediati nelle loro barche la folla mostrava il dito medio. E quelli replicavano con il dito medio. E qualcuno gridava insulti. E i nostri replicavano insulti. Chiunque capisce che sarebbe facile compiere lultimo passo: verso lo spasmo plebeo, verso i fuochi della xenofobia e della violenza brandendo la Kultur dellidentità, del pezzetto di terra, del dialetto, della cozza attaccata allo scoglio.