Criminali. Sono criminali. Prima tagliano a fette l'Obelisco di Axum, come un salame, e poi lo depositano chissà dove, perché non hanno l'aereo su cui caricarlo e non sanno come affrontare il tragitto da Addis Abeba ad Axum. Non lo rivedremo più; ed è vano sperare che, dopo tanto chiasso, lo rimontino nel sito originario: non sappiamo chi, non sappiamo quando. Un'altra testimonianza di civiltà perduta. I barbari avanzano. E si realizza in modo macabro ciò che aveva anticipato, con sconforto, Ennio Flaiano, in un articolo sul Corriere della Sera il 23 ottobre 1960, «II viaggiatore scontento». Ma neanche Flaiano avrebbe potuto immaginare che la penetrazione dell'orrore e l'avanzata dei barbari arrivassero fino al centro di Roma dove, come lui stesso ricorda, i Goti, «premendo con tutte le loro macchine di guerra contro le difese della Porta Pinciana, mai pensarono di scavarvi un orrendo sottopassaggio, come pure i barbari odierni hanno fatto». Non avrebbe potuto credere, Flaiano, che, nonostante le tante vane proteste, il Comune (sic), non un costruttore speculatore, dopo aver fatto abbattere la semplice e decorosa costruzione dell'architetto Battio Morpurgo, del 1938, si avviasse a costruire l'opera più mostruosa, in un punto così delicato e fragile, il museo-pizzeria del modesto e greve architetto Richard Meyer. Il museo-pizzeria dell'Ara Pacis. Fra il Tevere e la Chiesa di San Rocco all'Augusteo sta crescendo un muro, una barriera insolente come il Muro di Berlino, una frontiera fra la civiltà e l'inciviltà. A pochi passi dal prospetto neoclassico detta Chiesa, capolavoro del Valadier, sono state piantate orride colonne di cemento annate, alte, incombenti e minacciose. L'architetto ha espresso il peggio della sua concezione, lugubre e funeraria. Una gigantesca cassa da morto bianca, per chiudere per sempre atta vista l'Ara Pacis. I barbari avanzano senza pietà, e nessuno sembra in grado di fermarli. Nel cimitero della bellezza si aggiunge un'altra croce. Tutto era stato previsto da Flaiano, ma forse non nel luogo dove le vedute antiche, i dipinti del Vanvi-telli e le fotografie dell'Ottocento ci ricordano il mirabile Porto di Ripetta. Proprio n l'americano, ben peggio che Bush in Irak, è arrivato a bombardare. Scriveva Flaiano: «Sono costretto a esporle una mia teoria. Questa: che da parecchi anni, l'Italia è stata invasa da un barbaro autoctono. Si tratta di un'invasione dall'interno. Sì, questo barbaro assedia le città dall'interno delle mura Chiamatelo come volete, provinciale, neoricco, cafone, per me resta un barbaro. Io credo che certe cose si spiegano non soltanto conio sviluppo detta popolazione, ma con la metempsicosi, con la trasmigrazione dette anime, con qualche diavoleria. Chissà da dove vengono, è probabile anche che ce li mandi un altro pianeta. Non escludiamolo. Comunque, sono italiani anche loro, non si distinguono, all'apparenza, dagli italiani veri, come me e come lei. Si distinguono da ciò che fanno». Flaiano non lo poteva sapere, ma sta parlando di Rutelli, il capo detta Margherita. Per il grande scrittore sarebbe stato difficile perfino pensare che un partito politico si chiamasse con il nome di un fiore, caro ai fidanzati tormentati: «M'ama, non m'ama». Il leader detta Margherita è fi classico barbaro autoctono, con il suo corteo di sovrintendenti, ministri dei Beni culturali e assessori pronti a esaltare il criminoso progetto dell'architetto americano, barbaro adottivo. Flaiano continua, e puntualizza, ma i colpevoli non si vergogneranno e, anzi, vengono chiamati a posti di sempre maggiore responsabilità, applicando in ogni luogo e in ogni posizione la miseria dette loro idee, e assumendo anche il tono dei fustigatori di costumi, dei moralizzateli L'Italia era un Paese incantato; loro aspirano a far credere normale questo che oggi, grazie a loro, è un Paese sfigurato: «È molto difficile combatterli, prima di tutto perché sono in tanti e si nascondono anche nei posti di maggiore responsabilità e poi - questa è forse la ragione principale - perché sanno che cosa vogliono. Vogliono "il nuovo". Appena possono distruggono tutto ciò che stimano vecchio per fare posto al nuovo, adorano il nuovo in tutte le sue forme e manifestazioni. La verità è che, come tutti i barbari, aspirano a diventare civili, ma hanno un'idea tutta particolare detta civiltà. Per esempio si vergognano dette nostre antiche città, dette strade strette, dette vecchie mura, del vecchio risparmio, si vergognano dei loro nonni e per-sino dei loro alberi. Il loro sogno è di essere altrove. Guardi i nomi che mettono ai loro caffè: questo si chiama New Orleans, quell'altro Broadway, quella trattoria: California, quel negozio: Piccadilly. Badi bene, questi barbari non sono sprovvisti di ingegno naturale né di senso economico. Con le loro distruzioni non ci rimettono mai e se lei, per fermarli, invoca la storia o la cultura, loro sono tanto abili da invocare - che so? - il traffico o l'igiene... Il barbaro si annoia profondamente... Si stanca presto a vedere le stesse cose o gli stessi monumenti, che al suo spirito non dicono niente. La sua opaca immaginazione ha sempre bisogno di nuovi stimoli. Ha provato mai a lasciare dei bambini soli in un salotto? Per bene che vada cambiano posto ai mobili e rompono qualche vaso. Così il barbaro. Vuole trasformare il suo Paese in qualcosa di più stravagante, cioè di moderno: e cambia posto a tutto. Il suo modello è una specie di America, così come egli pensa sia l'America. Non ha, essendo barbaro, il gusto detta conservazione, ma il genio dell'inaugurazione. Lascia dunque cadere in rovina le cose per poi giustificarne la distruzione... Perché? Perché nel suo inconscio il barbaro vorrebbe andarsene, trasmigrare, lasciare un Paese che giudica vecchio, un museo. Soltanto da noi la parola museo viene usata in tono spregiativo». L'articolo di Flaiano è struggente netta denuncia di quanto stava accadendo e netta prefigurazione di quanto sarebbe accaduto. Il barbaro cancella la memoria, rinnega anche la propria: «Netta piazzetta dove giocava da bambino ci sono due immense querce. Crede lei che gli ispirino sentimenti di gioia e di riconoscenza per quetta testimonianza di quella sua età felice? No. Le querce ingombrano, non siamo in campagna, le taglia per far posto al parcheggio dette automobili». Tutto ciò che Flaiano descrive è accaduto, e continua ad accadere. In via Veneto il barbaro ha sostituito i lampioni, scegliendo per i nuovi la foggia più abominevole. Eccolo: «Guarda i bei lampioni di ghisa umbertini detta passeggiata e pensa: che si deve ancora vedere, mentre a Roma hanno la lampada più potente del mondo. E si batte per far togliere quei lampioni e metterci dei tubi fluorescenti che accecano e svelano la modestia dell' architettura paesana». È accaduto anche a Rimini, in tutto il centro storico, e perfino davanti al Tempio Malatestiano. «Concludendo, il barbaro è insensibile atta segreta bellezza del tempo e non ha più nemmeno le remore del rispetto che la maestà del Paese, la sua gloria, imponeva ai barbari di una volta, ai Goti, per esempio». Ecco, davanti a queste false margherite, rimpiangiamo i Goti.