La croce di Giotto della chiesa di Ognissanti, il Tabernacolo dei Linaiuoli di Beato Angelico, la monumentale pala di San Zeno di Mantegna, il ritratto de La Bella di Raffaello. Capolavori che non si incontrano nella sala di un museo, ma nel laboratorio della Fortezza da Basso dell' Opificio delle pietre dure. Vasti locali attrezzati, silenziosi, dove - come gli amanuensi in un monastero - ogni tavolo e banco da lavoro ha i suoi restauratori chini al lavoro. In mano, oltre a pennelli, potenti microscopi, macchine a raggi x, laser, strumenti tecnologici all' avanguardia che moltiplicano e dilatano superfici, indagano, legni e colori su ogni millimetro di superficie pittorica di un' opera d' arte. Il crocifisso di Giotto è disteso, decori e colori esaltano la figura del Christus patiens: l' intervento di restauro è quasi al termine. Un miracolo, sì. Perché il volto pulito solo per metà, è come il negativo e il positivo di una foto a colori. Tutta la croce dipinta era nera di fumi, depositi, verniciature, polveri. Ora è un trionfo di lapislazzulo, di cinabro rosso, di minuscoli geometrici decori della mano di Giotto. L' aureola ha inserti di vetri colorati, il corpo del Cristo si adagia con venature sottili, panneggi lumeggiati, con delicata forza espressiva. «Abbiamo ottenuto un risultato perfetto - osserva Marco Ciatti, direttore dell' Opificio- Grazie ad un sistema di pulitura innovativo, messo a punto appositamente per questa opera, basato sull' uso combinato di varie sostanze, passate 3-5 volte su ogni micro area». Giotto ha dipinto la croce fra il 1310 e il 1315, è un' opera della maturità, dopo l' altra croce giovanile per Santa Maria Novella (1285-90), restaurata anche quella da Paola Bracco, impegnata dal 2003 in questa seconda prova, con Ottavio Ciappi e due assistenti, Anne Hilling e Kioko Nakaara. Ritocchi quasi invisibili, per assottigliare il nero, fino a toccare il sostrato del colore. «Un' epidermide sensibile, così sottile» osserva Bracco, mostrando le sfumature dell' incarnato, i passaggi delle pennellate. A fine anno il restauro terminerà, ma ancora non si sa dove sarà ricollocata la croce di 4,63x3,80 metri. Forse nel tramezzo di Ognissanti. Chissà. Paola Bracco collabora con altre due restauratrici, Caterina Toso e Oriana Sartiani, da due anni impegnate nella monumentale Pala di San Zeno, grandiosa opera di Mantegna per l' abbazia benedettina di San Zeno a Verona. L' intervento è a buon punto, il 21 maggio la pala tornerà al suo posto con una grande festa. Il rito, dopo lunghe campagne di indagini, è lo stesso: tre fasi di pulitura, la prima al microscopio, per sottrarre vernici e macchie, restituire trasparenza alla superficie pittorica, recuperare cadute di colore, sia alla tavola centrale con la Madonna e il Bambino, che alle due tavole laterali con i santi. Una possente costruzione architettonica, ispirata all' altare che Donatello fece per il Santo a Padova, poi andato perduto, che ricrea una loggia, con le tre parti della predella (gli originali sono al museo di Tours e due al Louvre) inserita in una massiccia cornice-tempio, anche quella disegnata da Mantegna, completamente dorata. I vari pezzi sono smontati, in restauro sotto la direzione di Laura Speranza. Dipinto e cornice compongono uno dei massimi capolavori della pittura di metà Quattrocento, di 4,80 x 4,50 metri. Le restauratrici indicano i dettagli dei dipinti: «Ghirlande con ogni specie di frutti, tutti catalogabili, come le rose raffigurate nei decori, le citazioni classiche sulla struttura architettonica dipinta sono altrettanto esatte. Mantegna la dipinse in poco più di 2 anni, ad appena 26 anni» spiegano, indicando in un angolo tra uno stuolo di angeli, la piuma d' oca che fa da plettro in mano ad un putto che suona un mandolino: «Appena visto sembrava un pelino, ed abbiamo persino cercato di spolverarlo». C' è da perdersi ad ammirare da vicino altri particolari di perfezione fotografica: si riconosco corbezzoli, nocciole, gelsi, cicerchie, cetrioli, cedri, baccelli, ghiande e pigne, frutti dalle forme perfette. Panneggi di vesti e santi, chiome e barbe lumeggiate, sfondi di paesaggi. Dall' altro lato stanno recuperando forma, dorature e reintegrazioni, le parti della cornice-tempio, a cui lavora Martina Freschi, Alberto Di Muccio, Francesca Brogi, Nami Urakawa: un' architettura vera e propria, costruita con tre tipi di legno - pioppo, abete e tiglio - grandi colonne, decori in rilievo a pastiglia e oro a guazzo, tecnica imperante al tempo di Mantegna. «Era trascurata e imbarcata, manomessa da restauri precedenti per nascondere il degrado di una struttura così imponente - spiega il direttore Ciatti - Tanto che è stata smontata sul posto e poi sottoposta qui ad un complesso restauro». Su un altro tavolo è adagiato il ritratto de "La Bella" di Raffaello, è appena arrivato dalla Galleria Palatina e aspetta il suo turno di maquillage. Invece è in corso quello del Tabernacolo Linaioli di Beato Angelico, con predella e le due ante che lo chiudono, un capolavoro sfolgorante di foglia d' oro che arriva da San Marco, dove tornerà a fine anno. Accanto, una monumentale tela, della bottega di Rubens, posta in verticale, ritrova colori e luce. Anche qui mani attente per lavori lenti e lenticolari, un batuffolo di ovatta in cima a un pennello bagnato di solvente scorre su un cielo ingiallito e ne ritrova l' azzurro. Ogni dipinto è un corpo vivo: un caso clinico a se stante, un rebus da decifrare e risolvere con batterie di indagini, prove, ricerche di materiali e test. Per guadagnare l' immortalità.
Un giorno in paradiso con i tecnici dell' Opificio
L' Opificio delle pietre dure di Firenze ha aperto i suoi laboratori per restaurare alcuni dei capolavori più famosi del Rinascimento. La croce di Giotto, il Tabernacolo dei Linaiuoli di Beato Angelico, la pala di San Zeno di Mantegna e il ritratto de "La Bella" di Raffaello sono tra le opere in restauro. I restauratori lavorano con attenzione e tecnologia avanzata per recuperare la bellezza e la trasparenza delle superfici pittoriche. Il processo di restauro è lungo e complesso, ma gli esperti sperano di ottenere risultati perfetti. Le opere restaurate torneranno in musei e chiese, dove saranno ammirate da pubblico e critica.
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