A Napoli e in Campania si percepisce ancora una forte differenza tra destra e sinistra, almeno secondo una semplificazione del pensiero collettivo in materia di urbanistica. In base a tale luogo comune gli speculatori sarebbero di destra mentre i conservatori sarebbero di sinistra. Per dirla in maniera ancora più esplicita: gli amministratori, i politici, gli intellettuali, i tecnici, i professionisti che s'identificano con i valori della sinistra dimostrerebbero maggiore attenzione verso il recupero del passato, verso il rispetto delle regole o verso la protezione dell'ambiente; viceversa gli amministratori, i politici, gli imprenditori, i commercianti, i cittadini che si riconoscono nella tradizione della destra manifesterebbero maggior propensione per la speculazione edilizia, per l'abusivismo, per l'aggressione al territorio, per la mancanza di rispetto delle regole. Si tratta ovviamente di una semplificazione elementare, indimostrabile e lacunosa. Una semplificazione che però riassume il sentire comune confermato troppo spesso da pubbliche dichiarazioni di politici, dal continuo revisionismo storico che modifica o falsifica il passato in base alle esigenze del presente. Non sappiamo se questa visione duplice, simmetrica, ordinata in qualche misura riassume la verità urbanistica della nostra regione, ma è evidente che il luogo comune tende spesso a subire un'altra mutazione. Secondo questa nuova trasformazione la sinistra assumerebbe la paternità del vincolo, del protezionismo, della paralisi, della nostalgia, mentre la destra acquisirebbe la patente dello sviluppo, della trasformazione, dell'investimento, del futuro. Per dirla in maniera più esplicita: la sinistra tenderebbe ad accontentare intenzionalmente oppure no le istanze d'immobilismo edilizio volute da una certa generazione (soprattutto da chi ha patito gli anni delle «Mani sulla città»), da una certa classe sociale (la borghesia benestante che occupa la parte più protetta del territorio), da un certo mondo accademico (che della lotta alla speculazione ha fatto la propria fortuna intellettuale); mentre la destra tenderebbero ad appoggiare le richieste di movimento e di modernità di un'altra generazione (i giovani che vivono nella più completa precarietà), di un altro ceto e di un'altra cultura (gli abitanti delle periferie afflitti seriamente dai problemi inerenti la casa, la strada, il quartiere come un problema personale, quotidiano). L'estrema semplificazione degli abbinamenti probabilmente non convince nessuno. Mai come nella nostra epoca scriveva Bobbio qualche anno fa sono state messe in discussione le tre fonti principali di disuguaglianza: la classe, la razza e il sesso. La scomparsa delle differenze principali si porta dietro l'appiattimento delle posizioni tra gli schieramenti che tendono a somigliarsi molto a livello nazionale, un po' meno a livello locale. In ogni caso né a destra né a sinistra conviene estremizzare le due posizioni. Forse entrambi dovrebbero rimescolare le carte per costruire una propria immagine meno banale: se la sinistra si facesse portatrice di sviluppo e modernità (costruiamo!), e se la destra si facesse portatrice di regole e di conservazione (proteggiamo!), la città perderebbe antiche barriere ideologiche e trarrebbe immensi benefici.