Secondo un adagio popolare "quando il medico studia troppo il malato muore". Non se se sia vero per gli uomini. So che è vero per il centro antico di Napoli, la parte greco-romana con i due Decumani, sede dei monumenti più celebrati e delle piazze più famose e perciò inserita nel patrimonio Unesco dellumanità. Mi è capitato di scrivere qualche anno fa che il nostro "centro antico" (da non confondere perciò con il "centro storico" di oltre 1.700 ettari deciso dall amministrazione Bassolino per includervi in modo scriteriato mezza città da Ponticelli a Capo Posillipo e al rione Alto) che se si impilassero luno sullaltro i saggi, gli studi, i piani, gli atti dei mille convegni e delle mille tavole rotonde, le proposte operative, le delibere comunali e regionali e i decreti ministeriali prodotti negli ultimi 50 anni sulla rinascita di questa parte della città si realizzerebbe un grattacielo di carta alto due chilometri. Per dire che questa ingente mole di parole dette e scritte non hanno prodotto alcun risultato concreto sulla sua rivitalizzazione, men che meno sulla sua conservazione. Anzi, il degrado ambientale è diventato inarrestabile da qualche decennio, come continuiamo a denunciare. Mi limito a citare il palazzo Carafa di Maddaloni in via San Biagio dei Librai, costruito nel 1466 per volere del Conte Diomede, non solo come residenza nobiliare ma anche come museo dei reperti dellantichità rinvenuti nella città di Napoli. È famoso anche per la grande Testa di Cavallo, posta in fondo al cortile. Loriginale in bronzo dorato gli era stato donato da Lorenzo dei Medici e, alla morte di Diomede, è stato trasferito al Museo Nazionale. Quella ancora presente nel cortile, miracolosamente illesa, è una copia in terracotta dipinta. Unaltra copia è stata posta nellingresso della stazione Museo del metrò collinare, unopera oscena e, tra laltro, inutile, realizzata da unarchistar milanese distruggendo i giardinetti di via Foria a ridosso del Museo Nazionale. Dopo vari passaggi di proprietà il palazzo Carafa è oggi un condominio pubblico- privato che, da almeno quindici anni, ha in corso i lavori di un misterioso restauro. Non cè la Tabella, prevista dalla legge, che ne riporti il committente, limporto dei lavori, i progettisti, gli estremi dellautorizzazione comunale, limpresa, il direttore dei lavori, il collaudatore, la data di inizio e quella di ultimazione. Continuo, da anni, a denunciare i danni che questi lavori hanno provocato e provocano al grande portone ligneo a due battenti con dodici riquadri, sei per ogni battente, in cui sono raffigurate le insegne della famiglia Carafa. Dopo i vari e vani tentativi di richiamare su questa incredibile vicenda lattenzione delle due Soprintendenze cittadine e dellamministrazione comunale (tra laltro proprietaria del piano nobile destinato alla Soprintendenza Archivistica) e dellUnesco di Parigi (il palazzo e il portone fanno parte dal 1995 dei siti darte patrimonio dellumanità) mi sono rivolto nellottobre scorso al ministero ai Beni e Attività culturali. Ho scritto: "Se il portone non verrà subito rimosso per essere accuratamente restaurato questo straordinario esempio di intaglio tardo-gotico, forse lunico rimasto a Napoli, scomparirà per sempre". Mi ha risposto laltro ieri il Capo della Segreteria per inviarmi un brevissimo Appunto di dieci righi redatto su carta non intestata dalla Soprintendenza competente, senza firma e senza data, nel quale si dicono cose arcinote e da me denunciate più volte e che si conclude con questa provocatoria e stupefacente frase "si impone un intervento di restauro e conservazione del prezioso portone". Ma non risponde alla domanda che pongo da quindi anni: chi e quando lo farà? Talchè credo nell adagio popolare secondo cui questo squallido scaricabarile finirà col produrre linverecondo risultato di fare scomparire il prezioso portone ligneo di palazzo Carafa.