Il leone «cavalcato» da Minerva che le Gallerie dell'Accademia non vogliono più sulla loro facciata. Vi troneggiava imponente sino al 1938 e da allora, scacciato dalla sommità del palazzo in epoca fascista, sonnecchia dimenticato in mezzo al verde in un angolo dei Giardini di Castello e nessuno ha intenzione di riportarlo a casa, nonostante il restauro del complesso in corso per la realizzazione delle Grandi Gallerie. A riportare alla luce la singolare storia è lo storico dell'arte Alberto Rizzi, già funzionario della Soprintendenza veneziana, massimo conoscitore dei leoni marciani - a cui ha dedicato una celebre pubblicazione - e autore tra l'altro del fondamentale libro sulla scultura esterna a Venezia. «Il gruppo scultoreo Minerva che cavalca un leone - spiega Rizzi - fonde la dea protettrice delle arti e delle scienze e il simbolo di Venezia. A scolpirlo per la sommità della facciata delle Gallerie dell'Accademia, collocata sull'attico nel 1830, fu uno scultore neoclassico non particolarmente noto, Antonio Giaccarelli, dopo che la facciata settecentesca del Massari fu sostituita, nell'Ottocento, da quella del Lazzari. Per renderla meno spoglia, si pensò appunto anche al coronamento con una grande scultura neoclassica, appunto, la Minerva che cavalca il leone. Un compromesso ottocentesco tra i professori veneziani dell'Accademia che volevano il leone marciano e Vienna, che aveva invece indicato Minerva». Il Leone delle Gallerie con la sua Minerva rimase placido per oltre un secolo al vertice delle Gallerie dell'Accademia sino al 1938, quando a farlo rimuovere e a mandarlo «al confino» ai Giardini di Castello pensò l'allora soprintendente Giannantonio Moschini. «Fu una decisione insieme politica ed estetica - spiega ancora Rizzi - perché con il fascismo l'arte neoclassica era caduta in disgrazia. Il massimo storico dell'arte del tempo, Roberto Longhi, parlava addirittura degli "svarioni cimiteriali" di Antonio Canova, "lo scultore nato morto il cui cuore è ai Frari, la cui mano è all'Accademia e il resto non si sa dove". Per il Leone di Giaccarelli non ci fu scampo e finì ai Giardini di Castello. Ma ora che le Gallerie dell'Accademia vengono restaurate, non capisco perché non si possa, correttamente, riportarlo al suo posto, in cima alla facciata, oltretutto piuttosto spoglia». Non è di questo parere il soprintendente del polo museale veneziano Giovanna Nepi Scirè: «Abbiamo deciso di lasciare il Leone con Minerva ai Giardini di Castello, dov'è, perché riportarlo in cima alla facciata delle Gallerie comporterebbe dei problemi statici, per il suo peso, e non c'è neppure più il suo basamento. Inoltre, la scultura è modesta e non mi sembra valga la pena anche solo riportarla nel cortile palladiano». Il dibattito è aperto, ma migliore fortuna avrà certamente un'altra segnalazione di Rizzi, quella di una patera medievale che compariva sulla porta d'acqua esterna di Palazzo Grimani e che, con la recente inaugurazione di Palazzo Grimani, ci si è dimenticati di ricollocare al suo posto. «Ero direttore presso le Gallerie dell'Accademia - ricorda Rizzi - quando la patera, che raffigura quattro uccelli, finì in acqua nel rio di Santa Maria Formosa, fu recuperata con i sommozzatori e poi portata a Palazzo Franchetti per il restauro. E' ancora lì, alla Ca' d'Oro e rappresenta la più antica persistenza medievale di Palazzo Grimani. Tutti si sono dimenticati della scultura, tanto è vero che l'incavo che la ospitava è stato murato». «Effettivamente - ammette il sovrintendente Giovanna Nepi Scirè - di questa patera si era perso il ricordo, ma se è ancora alla Ca' d'Oro, certamente la faremo ricollocare all'esterno di Palazzo Grimani, dove del del resto abbiamo intenzioni di esporre, nelle sale interne, alcune altre opere. tra cui diverse sculture rinascimentali, che nel Cinquecento erano esposte dai Grimani nella loro collezione e che ora sono conservate nei depositi delle Gallerie dell'Accademia». - Enrico Tantucci