In un appunto steso durante il suo viaggio in Italia del 1770, Wolfgang Amadeus Mozart scrisse che il cantiere del Duomo «non sarebbe mai finito», perché «fa comodo che ci si continui a lavorare». Lo stesso può dirsi di altri grandi complessi architettonici, come il Castello Sforzesco. Ridotto a disprezzato rudere nel Settecento, dopo dibattiti e vari progetti venne ricostruito «in stile» nel 1900 dall'architetto Luca Beltrami, che edificò anche la cosiddetta Torre del Filarete, sulla base di un manoscritto dell'architetto rinascimentale. Dopo molti microinterventi, il Comune è ora intenzionato a ridefinire il Castello, che potrebbe diventare il fulcro delle collezioni milanesi. «Finalmente Milano si muove e interviene sul cuore della città animando le attività al suo interno commenta l'architetto Mario Botta, a cui si deve la ricostruzione del Teatro alla Scala . Ora il Castello è triste. Certo, molto della trasformazione dipenderà dalla qualità del progetto». Quali problemi pone intervenire sul Castello? «È difficile calibrare gli spazi, n Castello è un fuori scala, è gigantesco e il pedone si sente piccolo. Mettere funzioni e attività nel cuore del , Castello è da vedere con interesse e occhio benevolo. Se la città non riuscisse a rianimare un gioiello così sarebbe grave». Però attualmente non c'è, e non ci sarà nemmeno dopo l'intervento, uniformità negli allestimenti delle diverse sezioni del museo. «È difficile parlare di un museo unitario all'interno del Castello. Credo che la natura composita degli interventi sia strutturale a questi spazi, che subiranno sempre delle vocazioni diverse. Ciascuno visitatore vede e si serve di una parte 0 di una funzione del Castello. E normale che non si proceda per forza a un progetto unitario. Anche Castel Vecchio di Verona di Carlo Scarpa è un museo straordinario, ma parziale». Dunque non è un problema la permanenza del raffinato, ma datato, intervento di allestimento del gruppo BBPR? «L'allestimento BBPR, che interessa anche la Pietà Rondanini, è accettabile e di qualità, e quindi non andrei a modificarlo. Ha una sua datazione, ma anche un suo valore. Si rischia di far peggio». Ha fiducia nei progettisti? «Credo che Michele De Lucchi meriti fiducia; e anche Chipperfield, che però è più lontano dalla sensibilità milanese». Si costruirà una «torre» moderna per consentire l'ingresso alle merlate di sera... «Io sono per la legittimità del nuovo anche all'interno di un manufatto antico. Scarpa diceva che non c'è restauro senza trasformazione. Ma ci vuole qualità. La cosa certa è che deve essere autenticamente nuovo per rispettare la dignità del nostro tempo». Qualcuno ritiene che il Castello sia un manufatto ibrido: un po' autentico e un bel po' in stile Disneyland. E per questo ogni intervento è possibile. «No. La cultura del momento in cui è stato rifatto prevedeva la ricostruzione in stile dov'era e com'era: il pastche era l'autentico di quel tempo. Oggi siamo disincantati e inorridiamo di fronte alle falsificazioni e al kitsch». Quindi è contrario a un Castello un po' Son et Lumière? «Trasformare le caditoie in lanterne è stato patetico. Ci sono stati approcci alla Las Vegas di quarta categoria. Il Castello va illuminato per esaltare la forza monumentale sua propria». E va tenuto aperto di sera? «Perché no. Va interpretato come un giardino minerale, un grande quadrilatero costruito al centro della città».