Ecco la sentenza della Corte di giustizia europea: sei mesi per decidere l'indennizzo alle imprese Lo Stato italiano deve accordarsi su una cifra. Alla scadenza dei sei mesi dovrà comunicare a Strasburgo l'intesa raggiunta BARI Lo Stato italiano ha sbagliato. E ha determinato una situazione paradossale: il Comune, responsabile dei permessi di edificazione illegali per Punta Perotti, è ora proprietario dei suoli confiscati. Il governo dovrà rimediare all'errore entro sei mesi, pagando. La corte di giustizia europea non fa sconti. Se le leggi erano oscure e mal formulate (lo scriveva nel 2001 la Corte di cassazione) tanto da ottenere ai costruttori di Punta Perotti l'assoluzione dal reato di lottizzazione abusiva, la confisca è stata una misura punitiva e «non prevedibile in base a leggi non chiare». E va indennizzata. A questo punto manca soltanto la cifra sotto l'assegno da versare agli imprenditori Matarrese, Andidero e Quistelli che hanno chiesto rispettivamente 274, 62 e 14 milioni di euro. Per il momento intascano 40mila euro a testa per danni morali e spese legali. Il governo dovrà avviare una trattativa e portare all'attenzione dei giudici di Strasburgo l'intesa trovata entro il termine di sei mesi. Se l'accordo non arriverà, sarà la Corte europea a decidere come procedere. Ma il sindaco Michele Emiliano, pronto alla sentenza di condanna, prepara la trattativa: «La sentenza è giusta. Ma il Comune di Bari non c'entra nulla con questo giudizio. Bari e i baresi non pagheranno mai una lira per l'abbattimento di Punta Perotti perché avvenuto per ordine del giudice e nel pieno rispetto della legalità, come riconosciuto nella stessa sentenza. Ma siamo disposti a collaborare col governo e le imprese per trovare un accordo risarcitorio. Sono da sempre disponibile a spostare i volumi edificabili sull'area di Punta Perotti su altre aree indicate dalle aziende che hanno subìto la confisca». L'avvocato dei Matarrese e professore ordinario di Diritto internazionale a Roma, Andrea Giardina, però, avverte: «Si parte da una base di 350 milioni di euro, che è la valutazione fatta dalla società di consulenza Reag in base ai prezzi di mercato immobiliare di Bari nel 2007». Ieri l'attesa sentenza sui palazzoni di Punta Perotti, la cui costruzione fu bloccata nel 1997 dalla magistratura, è arrivata. Esattamente quella che molti in città si aspettavano. Non a caso, infatti, favorevoli e contrari alla demolizione del cosiddetto «ecomostro» si erano già affrontati alla vigilia. I giudici della Cedu (corte europea per i diritti dell'uomo) che già avevano dato un segnale ritenendo ricevibile il ricorso delle tre società Sud Fondi, Mabar e Iema, il 3o agosto 2007, ieri l'hanno accolto. Lo Stato italiano, hanno spiegato nella loro sentenza, confiscando i suoli su cui sorgevano i palazzi, ha violato l'articolo 7 della Convenzione per i diritti dell'uomo, che sancisce che nessuno possa essere «condannato per una azione o una omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale». I costruttori sono stati assolti dalla Corte di Cassazione (nel 2001) perché il loro errore era «inevitabile e scusabile» dal momento che le leggi regionali erano «oscure e mal formulate». I giudici europei si muovono in questo solco: «Le leggi in materia di confisca in Italia non erano chiare e quindi non permettevano di prevedere tale sanzione», cioè la confisca. Il riferimento è all'articolo 19 della legge 47 dell' 85, ai sensi del quale Punta Perotti è stata confiscata. Ma c'è di più. I giudici europei condannano l'Italia anche per violazione del diritto alla proprietà privata perché la confisca illegale ha costituito un'ingerenza nel «legittimo diritto dei ricorrenti a beneficiare della loro proprietà». Se l'Italia ha considerato la confisca una sanzione amministrativa, così come previsto dalle sue leggi, l'Europa ieri ha chiarito che in base alla Convenzione per i diritti dell'uomo, si tratta di pena ai sensi del diritto penale. Quindi non commisurata. Dal punto di vista procedurale, contro la sentenza della Cedu, che sarà definitiva tra tre mesi, le parti interessate possono presentare ricorso e chiedere che il caso sia discusso in Grande Camera. Ma è un'eventualità ritenuta poco probabile, visto che è ancora pendente una causa a livello nazionale: quella intentata dai costruttori al tribunale di Bari con la richiesta di risarcimento dei danni partita immediatamente dopo la demolizione dei palazzi, nel 2006. A questo punto la palla passa al ministero degli Esteri che, perlomeno nella prima fase, è il referente della Corte e quindi dovrà istruire il tavolo per la trattativa tra le parti, costruttori e Stato. Facile prevedere che in quella sede venga chiamato anche il Comune. Non per rispondere del danno, ma perché quel danno è irreversibile, dal momento che gli immobili sono stati abLa Corte di giustizia Il paradosso «Determinata una situazione paradossale: il Comune, responsabile dei permessi di edificazione illegali, è ora proprietario dei suoli confiscati»