PUNTA PEROTTI E LA SQUADRA DI BARI Non è paradossale che, dopo anni di spinte emotive contrarie e contestazioni (da stadio) feroci, attorno alla famiglia Matarrese si sia all'improvviso sviluppato un movimento spontaneo di fiancheggiatori. Il sentimento, come in molte faccende della vita, è interessato. Ha una sorgente ludica, ma poi nemmeno tanto alla luce dell'impatto massmediologico e sociale che il calcio - come l'apologia berlusconiana e il caso Kakà di questi giorni insegnano - ha nel montaggio e nella tenuta di un'immagine. Tra i nuovi simpatizzanti degli odiatiamati costruttori, figurano in testa migliaia di tifosi del Bari. I quali, tenendo fede al loro mestiere, attendono impazienti la sentenza che la Corte europea per i diritti dell'uomo emetterà in relazione al ricorso presentato dai Matarrese dopo l'abbattimento di Punta Perotti. Per la cronaca, la legge costrinse il sindaco Emiliano a radere al suolo l'ecomostro nonostante gli imputati fossero stati assolti con sentenza definitiva per aver edificato in seguito alla ricezione di tutte le autorizzazioni necessarie. Per la storia, che oggi i giudici di Strasburgo potrebbero clamorosamente riscrivere, un maxi-risarcimento a favore dei Matarrese - si viaggia su cifre di centinaia di milioni di euro - capovolgerebbe la tesi del ricatto che gli stessi tifosi hanno lungamente sostenuto in avversione ai decennali proprietari della squadra di calcio, colpevoli a loro dire di una politica micragnosa e inadeguata alla storia del pallone barese. Altresì i Matarrese, per rispedire la tesi ai mittenti e renderla più digeribile all'opinione pubblica, l'hanno nel tempo agghindata con sostantivi diversi: coercizione, contraccolpo, bisogno, dovere contabile. Le parole e i fatti delle ultime dieci stagioni biancorosse raccontano che tra il Bari e Punta Perotti l'abbraccio è stato strettissimo. Poco è mancato che diventasse esiziale. Con la squadra ancora in A, e i palazzi di Punta Perotti che nell'immaginario collettivo cominciavano già a venir giù, la dinastia Matarrese ha utilizzato la società di calcio come cassa di compensazione alle perdite secche derivate dallo stop all'ecomostro. L'uno dietro l'altro, ha venduto Ventola all'Inter, Zambrotta alla Juventus, Sala al Milan, il totem Cassano (soprattutto) alla Roma. Ha accettato senza troppi drammi la retrocessione in B e, per conseguenza, varato il processo di ridimensionamento che per sette campionati ha scatenato il dissenso della piazza. Non ha mollato il club a prezzo di ribasso, finendo come il gladiatore in mezzo all'arena accerchiato dai leoni. Ha incaricato i suoi legali di tener duro su Punta Perotti. Ha deciso di aspettare cristianamente il giorno della rivincita e, annusando l'avvicinamento della sentenza, ha ripreso a impegnare capitali nella squadra. Curioso che quel giorno, oggi, come nella sceneggiatura di un film o nelle trame coincidenti di un romanzo, cada nel momento migliore del Bari negli ultimi nove dieci anni. Vincere a Strasburgo equivarebbe a rovesciare (anche) il destino del calcio cittadino. Non più annegato nell'anonimato della B, ma riportato nel suo bacino naturale e persino con ambizioni europee. Ecco perchè i Matarrese, stavolta, dalla loro parte hanno proprio i tifosi. Il popolo degli ex detrattori.
PAESAGGIO - PUNTA PEROTTI. Chi "tifa" per Matarrese
La famiglia Matarrese, proprietaria del Bari, ha presentato un ricorso alla Corte europea per i diritti dell'uomo per l'abbattimento di Punta Perotti, un edificio costruito per la società di calcio. La Corte potrebbe decidere in favore dei Matarrese, che chiedono un maxi-risarcimento di centinaia di milioni di euro. Questo potrebbe rovesciare la tesi dei tifosi del Bari, che hanno sempre accusato i proprietari della società di una politica micragnosa e inadeguata. I Matarrese hanno utilizzato la società di calcio come cassa di compensazione alle perdite derivanti dallo stop all'ecomostro.
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