Alcuni giorni fa, ho pronunciato un discorso all'Università di Bologna sul futuro dei musei. Non ero affatto ottimista mentre ricordavo al pubblico che i musei che erano stati di moda prima della Grande guerra, avevano smesso di esserlo nel periodo fra le due guerre, per poi ritornare in auge negli anni Sessanta. Una moda fragile, minacciata da una serie di pericoli di cui feci l'elenco. Avrei forse avuto lo stesso disincantato rapporto se mi fossi dovuto occupare dei musei di arte moderna o di arte contemporanea? Una prima osservazione, che sicuramente tutti avranno fatto: chi visita un museo di arte moderna in Europa o in America, chi partecipa all'inaugurazione di una mostra di arte contemporanea al Beaubourg (dove c'è una mostra di Mirò), al Moma o alla Tate Modern, può constatare che l'età media del visitatore non è la stessa di quella dei visitatori dei musei e delle mostre dette «tradizionali». Questo pubblico, molto più giovane, elegante, più trendy, più rumoroso, più sexy, più allegro e più indolente, difficilmente può essere confuso con quello, più «classico» e attempato dei grandi musei europei: Louvre, National Gallery, Uffizi... Sarebbe anche opportuno differenziare fra loro il pubblico dei musei (da non confondere con visitatori e turisti) e quello delle mostre (Grand Palais, Royal Academy, Palazzo Grassi, dove a suo tempo è stato presentato Balthus e, in settembre, ci sarà Dalì); ma questo aprirebbe un altro dibattito. Con un pubblico più giovane, si pone una questione fondamentale: cosa faranno questi giovani fra dieci, venti o trent' anni? Invecchiando, andranno a vedere i musei classici, le mostre dedicate all'arte antica, all'archeologia (dove oggi incontrerebbero i loro genitori), oppure continueranno a seguire l'attualità contemporanea e a interessarsi alle sue creazioni? E ancora: queste mostre di arte moderna o contemporanea attirano forse un nuovo pubblico, oppure visitatori che non avevano l'abitudine dei musei tradizionali? Provengono forse da un ambiente sociale meno privilegiato? La risposta è negativa. Sappiamo oggi che l'aumento del numero di visitatori nei musei e alle mostre non ha modificato la loro origine sociale o, perlomeno, l'ha modificata solo marginalmente. Il pubblico dei musei è aumentato, ma non è, per questo, di origini più popolari di quello di qualche tempo fa, di una generazione fa. Il cammino è ancora lungo per coloro che parlano di democratizzazione dei musei. Sappiamo oggi che chi frequenta i musei li ha già frequentati prima dei vent'anni d'età. Questo significa che vi è stato trascinato dai genitori (o anche che la scuola, quando insegna storia dell'arte, gli ha trasmesso il piacere di recarvisi). Per quanto ne so io, questo è vero sia per i musei di tipo classico, che per quelli recentemente aperti nelle grandi capitali europee e negli Stati Uniti, dedicati all'arte moderna e contemporanea. Queste considerazioni conducono a interrogarsi sulla natura di questi musei d'arte moderna e contemporanea sbocciati in tutti i Paesi. È il caso di precisarlo: il fenomeno non è nuovo. Infatti, il museo del Luxembourg a Parigi, dopo la caduta di Napoleone, era strettamente riservato agli artisti ancora in vita. Ma, come il Moma che fu creato prima della Seconda Guerra mondiale (troppo spesso si dimenticano alcuni precedenti in Germania), esso conobbe uno sviluppo straordinario. Utilizzando le formule più svariate i limiti cronologici (1905, 1918, 1945...), i territori coperti (fotografia, cinema, video, installazioni...), la permanenza o la temporaneità degli allestimenti (la Tate Modern è, in questo campo, particolarmente innovatrice) , i musei d'arte moderna, a prima vista e solo a prima vista, non si assomigliano. In realtà, essi hanno molto spesso dei punti in comune, i quali possono essere spiegati attraverso le mode del momento. Alcune di esse sono mode positive: i più grandi architetti del nostro tempo, ad esempio (e non possiamo non citare Renzo Piano), sono diventati specialisti nella costruzione dei musei (o nel recupero di edifici più o meno antichi). In realtà l'architettura gode di ottima salute e, di tutte le forme d'arte, è quella che, al giorno d'oggi, brilla maggiormente. Era da molto tempo ormai che l'Europa (e l'America) non aveva conosciuto una tale pleiade di grandi architetti. Ma vi sono anche le convenzioni dell'arte moderna. C'è stata un'epoca in cui ogni visitatore di un museo veniva accolto da una statua di Rodin. Poi fu la volta di Henry Moore. Qualche anno fa, ogni presentazione delle collezioni terminava con alcune tele di impressionisti americani. Fu in seguito il turno di Beuys, poi di Richter e delle fotografie di Gursky. E' venuto il momento di interrogarsi sul posto che occupano questi musei in un contesto più generale. Il lavoro di conservatore in un museo di arte moderna e contemporanea è lo stesso di quello di conservatore in un museo classico? Difendere gli artisti ancora in vita, farli conoscere, farli capire è qualcosa di totalmente diverso rispetto al voler rivalutare un artista da tempo dimenticato (Vermeer, La Tour) o un tempo celebre e che oggi vorremmo nuovamente far riscoprire (pensiamo ai pittori accademici del XIX secolo)? Per ciascuna di queste domande la risposta è doppia. Sì. I musei di arte moderna e contemporanea sono diversi: essi sono legati all'evento, all'effimero, ai media; sono molto più interessati all'universo della critica dell'arte che a quello della storia dell'arte. Viene meno il distacco per poter giudicare. Essi suscitano, da parte di un vasto pubblico, una forma di diffidenza che va superata. Hanno una pesante responsabilità nei confronti degli artisti ancora in vita. No. Poiché la posta non è la stessa: riguarda il loro futuro. L'epoca d'oro dei musei, di tutti i musei, sembra passata. (Traduzione di Nicole Agosti)