Inizia a dispiegarsi, senza fragore di trombe o sventolio di bandiere, la programmazione dei fondi strutturali 2007-2013. Con tre parole dordine: europeizzare la Sicilia, assicurare una «governance» che incentivi la partecipazione, dar vita a un modello di nuova economia regionale. I punto di partenza prescelto è lo sviluppo urbano sostenibile (Asse VI), con gli obiettivi di potenziare i servizi nelle aree metropolitane e nelle medie realtà urbane oltre che di «creare» centralità e valorizzare le trasformazioni in atto grazie a poli di sviluppo e di servizio a rilevanza sovra-locale. È opportuna una sommaria analisi delle linee-guida relative alla realizzazione di questi obiettivi per metterne in luce indirizzi apprezzabili, rischi possibili, aspetti sui quali possono essere opportune ulteriori riflessioni. Tenendo conto di uno scenario esterno in continuo cambiamento che obbliga tra laltro a prestare attenzione alle «nicchie» territoriali di mercato - la sponda sud del Mediterraneo, a esempio - che potrebbero rivelarsi occasioni irripetibili per linstaurazione di rapporti virtuosi di scambio. Partiamo dalle risorse disponibili per la misura dellAsse VI: quasi un miliardo e mezzo di euro, da spalmare tra le nove province siciliane e le isole minori. Tre i livelli istituzionali di governance: la Regione, la Provincia, e gli Acot (Aggregazione di coerenza e coesione territoriale). Questi ultimi, un raggruppamento di comuni individuato dal Piano strategico provinciale, indicheranno le priorità programmatiche sulla base dei fabbisogni emergenti dai territori e dei contributi di proposta provenienti dal partenariato sociale. Spetterà poi alla Regione, che ne ha la responsabilità primaria, approvare i programmi integrativi (Piacot) di livello territoriale e monitorare i vari strumenti operativi prescelti dagli altri livelli di governance. Gli Acot dovrebbero non essere superiori a quattro o inferiori a due per i tre centri maggiori. Non più di due per gli altri centri con qualche interrogativo ancora da sciogliere. Lattuazione dei piani sarà garantita da un accordo di programma con la Regione nel quale saranno determinati misure, azioni, risorse, tempi e sanzioni per eventuali inadempienze. Vale la pena annotare che il modello di spesa basato sullaccordo di programma si è rivelato assai più efficiente, finora, del modello basato sui bandi di gara. Quali potranno essere ipotetici obiettivi operativi dei Piacot? Il potenziamento e la sostenibilità della mobilità urbana, interventi integrati di risanamento urbano, servizi per la competitività dellimprenditoria industriale e del terzo settore. E, ancora, poli integrati di servizio e infrastrutture darea per attirare nuove attività economiche e interventi integrati di risanamento del territorio. Un ultimo riferimento ai tempi: entro il 31 maggio 2009, le province dovrebbero approntare il Piano strategico di coordinamento. Gli Acot, a loro volta, entro il 31 luglio, i progetti cantierabili. Cosi da giungere entro la fine dellanno in corso allapprovazione e allimpegno dei Piacot. Siamo di fronte a un primo capitolo della programmazione dei fondi strutturali marcata «doppia elle» (Lombardo e Leopardi) abbastanza convincente sia per la scelta degli organi territoriali sui quali viene addossata la traduzione in «fatti» della strategia di sviluppo regionale, sia per le indicazioni di metodo e di contenuto, sia infine per la tempistica tesa a recuperare un più che comprensibile ritardo di partenza del ciclo corrente di spesa. Quali i rischi possibili? Cè da capovolgere una filosofia ormai interiorizzata: la distribuzione a pioggia delle risorse, con gli amministratori preoccupati di una correlazione tra quanto riusciranno a portare a casa e il consenso elettorale che gli verrà attribuito. Ovvero, il conflitto tra gli amministratori stessi per conquistare leadership che dovrebbero assicurare visibilità e carriere. Lesperienza passata mette in guardia e impone paradigmi di valutazione che non concedono alcunché a queste forme di «cattiva» negoziazione. Province e aggregazioni di comuni, poi, potrebbero limitarsi a tirare fuori progetti dai cassetti né integrati né coerenti, con lalibi dei tempi stretti. Cè il timore di rivedere in circolazione nella regione faccendieri che offrono progetti «chiavi in mano» anchessi né coerenti né integrati. La partecipazione potrebbe risultare appesantita dall«effetto microfono» che rende estenuanti le riunioni e allontana gli imprenditori privati ai quali è riservato un ruolo assai importante in questo asse. In ultimo, Province e raggruppamenti di comuni avranno bisogno di istituire task-force di esperti, in questo aiutati dal1assistenza tecnica del Dipartimento della programmazione. Una magnifica occasione per dare spazio e opportunità a competenze e professionalità locali ma anche una forte tentazione di clientelismo. Sono tutti rischi evitabili con un attento controllo regionale, ma è opportuno metterli in conto. Un suggerimento infine. Esemplificare, più nel dettaglio, magari con un supplemento di linee-guida, le scelte programmatiche attinenti a ciascun Acot offrendo cosi un benchmark di controllo alla proposizione di azioni di sviluppo, senza che questa esemplificazione tolga gradi di libertà agli enti intermedi. Limpostazione per la realizzazione dellAsse VI (sviluppo urbano sostenibile) in Sicilia ci sembra connotata da un elevato standard scientifico ma anche da pragmatismo di buon senso. Si tratterà di verificarne nei prossimi mesi due profili di congruenza: la capacita di elaborare regole e imporne il rispetto, lintelligenza di utilizzarle senza contrattazioni e distorsioni. Un pizzico di utopia da un lato e, forse, una maggiore capacità, parliamo degli enti intermedi, di distinguere tra lopera effimera (che dà solo lavoro) e linfrastruttura «calda» (che dà lavoro ma promuove anche sviluppo).