BOLOGNA «Credo di poter dire che tra pochi mesi avremo un museo italiano all'estero. Finalmente non solo mostre ma un nostro museo a New York: sto stringendo degli accordi in questo senso, voglio cambiare le regole». Mario Resca, neodirettore generale del ministero della Cultura, il top manager voluto da Bondi per valorizzare l'offerta dell'arte italiana, finora ha studiato da visitatore, preso appunti, girato i musei italiani e internazionali per vedere e confrontare. Resca sembra un bambino al luna park di Arte Fiera, la rassegna dell'arte moderna e contemporanea che oggi chiude i battenti a Bologna, tanto è contento e positivo di questo sfavillio creativo: duecento e più gallerie da tutto il mondo, una vetrina del linguaggio contemporaneo. Dottor Resca, un documento contrario alla sua nomina ha raccolto settemila firme: mica male come buongiorno «Sono critiche costruttive, mi hanno aiutato, vengono da persone che ci tengono, they care direbbero in America». They care? Ma se è stata una sollevazione... «Energia positiva, più gente ci tiene, più si dibatte sulla cultura e più è positivo». E al ministero come l'hanno accolta? «Il ministro Bondi è stato coraggioso: poteva prendere uno del settore, rassicurare, fare tutti contenti. Invece ha preso uno come me, che viene in maniera autonoma. Vengo in modo deciso, per fare, e molto positivo. Potrei fare mille cose e invece ho deciso di mettermi al servizio dello Stato. E lo dico perché non c'è rapporto tra l'impegno e la mia parte economica personale. Quando sono arrivato non si sapeva bene neanche dove mettere il mio ufficio». Immagino. E come è stato risolto l'imbarazzo? «Bondi mi ha dato il suo ufficio. Così ha dato un chiaro segnale a tutti». Chiarissimo. E che clima ha trovato al ministero? «Troppa gente depressa, con le orecchie giù. Orgoglio, orgoglio. Noi dobbiamo rilanciare la cultura in Italia, riportare il sorriso nelle persone. Invece troppo spesso ci facciamo del male da soli». Parla del giro nei musei italiani che sta facendo? «Anche. Me li sono girati per conto mio, faccio l'esperienza del visitatore, devo capire perché in tutto il mondo il turismo culturale è in miglioramento e noi invece abbiamo numeri in calo». Già. Perché? «Beh, intanto i musei non sono segnalati. Ho trovato portoni sporchi di graffiti, le toilette non sono pulite, gli orari non sono adatti, ci sono troppe code. Le esigenze del visitatore sono cambiate rispetto a trent'anni fa, all'estero i musei sono aperti fino alle 11 di sera, ci sono attività collaterali, dibattiti, incontri adatti alle famiglie. Andare al museo è in. Come quello che vedo qui ad Arte Fiera». Cosa vede qui che le piace? «Quello che vedo è fan, è colore, è divertimento, è scenografia. Questa è cultura, qualcosa capace di darti emozioni. Noi dobbiamo avvicinare la gente e qui a Bologna anche uno che non ha competenze specifiche si appassiona, vuol capire. Noi dobbiamo dire alla gente: ti vogliamo dentro, vieni e stai con noi. Questa è valorizzazione». Invece, tornando ai musei «C'è un problema di accoglienza dei visitatori che alla fine sono quelli che decretano se sei bravo o no. Gli Uffizi sono il nostro primo museo per visitatori ma sono solo al 21 posto al mondo. E se ci vai il primo trovi chiuso: ci rendiamo conto? E' come se chiudessimo gli aeroporti o le autostrade perché la gente deve andare in ferie. E poi il personale non è motivato, dobbiamo fare qualcosa di proattivo, mettere i nostri musei all'altezza di un sistema moderno». All'estero invece? «Sono andato a vedere il Louvre, il Metropolitan di New York e la National Gallery, il Getty Museum. Ho parlato con i loro direttori e mi sono reso conto che con molte meno cose di noi fanno molta più promozione, hanno i privati che donano, e uno dona se sa che le cose che fai le fai bene. Noi dibattiamo di dividere la valorizzazione e la tutela. Balle. Sono cose che vanno di pari passo: se devo valorizzare il mio patrimonio culturale è ovvio che devo tenerlo nel migliore dei modi possibili. La verità è che c'è troppa paura del cambiamento. Ho incontrato molti sovrintendenti e credo che stiamo dicendo le stesse cose. Lavoreremo insieme, vedrete». In che modo? «Mi serve un team di persone che organizzi al meglio il sistema, che parli con i direttori dei musei, che dia loro degli obiettivi, che li prepari al fatto che vogliamo aumentare i visitatori, lavorando in sinergia con il territorio: l'aumento è legato alla nostra capacità di ospitalità in un sistema virtuoso che sviluppi il turismo». Poi c'è il tema delle risorse «All'estero ci sono le donazioni dei privati, che in cambio ricevono agevolazioni fiscali. Noi non abbiamo neanche la possibilità di ricevere donazioni e quindi non possiamo attrarre. Dobbiamo creare un sistema virtuoso perché un privato abbia incentivi. Mancanza di risorse d'accordo, personale sottopagato è vero: ma abbiamo anche una burocrazia che scoraggia, che rende incerti i tempi e i costi. Spaventa e deve essere più friendly. Dobbiamo usare bene le risorse che già abbiamo attraverso un piano industriale e poi valorizzare le risorse umane, rendere le persone più responsabili, dare loro poteri ma anche esercitare controllo». E degli artisti che ne pensa? «Confesso un ricordo personale. Alla fine delle scuole medie i miei vennero chiamati dal consiglio dei professori perché avevo talento con le mani, secondo loro dovevo essere indirizzato alla carriera artistica. Mio padre mi disse: gli artisti fanno la fame, guadagnano solo dopo morti, tu devi mettere su famiglia. Quindi: farai Ragioneria. Le mie caratteristiche creative le ho riversate sul business, buttandomi nelle situazioni impossibili dove gli altri rinunciavano. Per questo credo negli artisti. Che sono capaci di tradurre cose normali in cose che danno emozione. L'arte è emozione. E l'emozione attira la gente».