Per i Beni culturali pugliesi si prospetta «un ritorno all'anonimato»: niente più guide, libri e promozione, al loro posto abbandono e solitudine. È il grido d'allarme lanciato dai dipendenti della società Novamusa, che gestisce i servizi di biglietteria, libreria e visite guidate in molti dei musei pugliesi. La crisi dei "servizi aggiuntivi", la privatizzazione soft dei book shop nei Castelli di Puglia, covava già da tempo. Le società che avevano vinto le gare d'appalto non ce la fanno più a stare nei costi e non riescono a garantire i posti di lavoro, spesso precari, che si erano impegnati a creare. Ora, dopo mesi di trattative e di tentativi, da parte delle aziende, di "ricontrattare" gli accordi con il ministero dei Beni culturali, è il popolo dei musei a far sentire la propria rabbia. Lo hanno fatto ieri, denunciando, a Manfredonia, la loro «situazione di grave disagio». Gli stipendi non vengono pagati dal dicembre del 2003. E il futuro non promette nulla di buono: per molti è concreta la possibilità di perdere il posto di lavoro. In queste condizioni sono oltre quaranta dipendenti della società. I loro luoghi di lavoro rappresentano tutto ciò che c'è di bello e visitabile in Puglia: il museo nazionale archeologico di Taranto, il museo di Altamura, il parco archeologico di Egnazia, l'antiquarium e parco archeologico di Canne della Battaglia. Ma anche il museo nazionale di Gioia del colle, il museo di Manfredonia, il parco archeologico di Siponto. A protestare è soprattutto la Cgil. Che segnala come «nonostante un'assunzione a tempo indeterminato» i dipendenti rischiano di perdere a posto di lavoro a causa del contratto applicato e degli oneri di concessione stabiliti dalla legge Ronchey. Si teme, insomma, il fallimento di un esperimento che doveva servire a valorizzare quei siti fino a pochi anni fa negletti, poco battuti dal turismo di massa, che nel migliore dei casi preferisce altre destinazioni, Pompei e Paestum, per fare qualche esempio. Oggi i siti pugliesi hanno una biglietteria computerizzata, librerie fornite, e tutto ciò che serve a far arrivare gente nei luoghi meno conosciuti. Ora tutto questo, denunciano i dipendenti, rischia di morire per sempre. E questo «rappresenterebbe un danno per il territorio, che rimarrebbe privo di promozione e di un tipo di assistenza al turista ad alti livelli». Un danno di immagine ma anche economico. Per questo i lavoratori dei book shop annunciano una serie di iniziative di mobilitazione e sensibilizzazione dell'opinione pubblica. Anche perché il problema non riguarda solo loro ma anche gli altri lavoratori dei Beni culturali pugliesi: il malcontento esiste anche al Castello Svevo di Bari, a Castel del Monte - l'unico bene culturale pugliese a garantire un flusso di turisti adeguato ai costi - e in tutti quei templi del Bello pugliese su cui si fonda, in buona parte, la scommessa di uno sviluppo fondato sul turismo.