Si racconta che i primi governi post-unitari, appena assunto uno storico dell'arte, lo mandassero a Berlino. A carico dello Stato. Doveva imparare il tedesco, e in tedesco leggere le opere di Theodor Mommsen e i grandi repertori archeologici. Ma anche semplicemente respirare quell'aria. Oggi Angela Ruta Serafini, archeologa della Soprintendenza del Veneto, con sede a Padova, nono livello, il più alto, oltre il quale c'è solo il soprintendente, quando ne ha bisogno va a studiare all'Istituto Germanico, prende all'alba l'Eurostar in seconda classe, arriva a Roma, sale sull'autobus che la porta nella sede di Via Sardegna. A notte fonda è di nuovo a Padova. Tutto a sue spese. E preferibilmente consumando un giorno di ferie. Quando nacque, nel 1974, il Ministero per i beni culturali sembrava destinato a una sorte diversa da quella degli altri ministeri. Si disse che su una struttura burocratica molto snella avrebbe poggiato un apparato tecnico-scientifico di prim'ordine. E che quello sarebbe stato il suo punto di forza. Trent'anni anni dopo, su un organico di 25 mila dipendenti, la parte tecnico-scientifica non supera un quinto del totale. Questo sulla carta. Ma intanto la pianta organica è vecchia di anni («aggiornata nel '97 non è mai stata ampliata dalla fine degli anni Settanta», dice Irene Berlingò, responsabile dell'Assotecnici, l'associazione professionale dei funzionari). Dei 25 mila dipendenti previsti ce ne sono 21 mila. E dei cinquemila fra architetti, storici dell'arte, archeologi, bibliotecari, archivisti, stando ai dati della Cgil, ne mancano moltissimi: una cinquantina dei cinquecento architetti; un centinaio dei quattrocentosettanta archeologi. Drammatica la situazione dei custodi: ne sono previsti 8.900, ce ne sono 7.000 (nel solo Lazio ne mancano 500) e, secondo alcuni, sono mal distribuiti. Inoltre ogni legge finanziaria conferma il blocco delle assunzioni e prevede altri tagli per il personale (anche se per il 2004 il bilancio aumenterà, complessivamente, del 3 per cento). La media d'età dei funzionari è salita a 50-52 anni e stime del ministero indicano in 313 le persone che dovrebbero lasciare gli uffici nel 2004. «Chi può scappa via, verso l'Università, se ci riesce, ma anche verso la Regione o altri enti», dice Rita Paris, dirigente della Soprintendenza archeologica di Roma. Secondo Irene Berlingò, le competenze tecniche vengono ulteriormente mortificate dal nuovo regolamento del ministero, recentemente approvato dal governo (ma non ancora definitivo, perché il Consiglio di Stato ha chiesto una serie di integrazioni) : «II testo non prevede più che il Direttore Regionale, colui che sostituisce l'attuale Soprintendente regionale, sia un tecnico come finora era previsto. E a guidare quell'ufficio potrebbe andare quindi un amministrativo oppure un manager esterno». Ma non è tutto. Nello stesso regolamento, spiega Berlingò, «non vengono indicate per niente le funzioni delle soprintendenze territoriali e quest'assenza rafforza l'impressione di un loro svuotamento». Un altro aspetto inquieta i funzionari. Nel Codice dei beni culturali appena varato - segnala Berlingò - si accoglie l'albo dei restauratori e una recente norma consente loro di progettare e dirigere tutti i lavori, compresi quelli di scavo archeologico. «Il restauro è operazione multidisciplinare e va benissimo che i restauratori abbiano un riconoscimento, ma non prevedere le funzioni di archeologi e storici dell' arte significa ridurre il restauro a puro tecnicismo, a discapito dell'indagine scientifica». Il profilo tecnico di chi lavora nelle soprintendenze non è un dato acquisito in eterno. Va irrobustito e aggiornato, come per qualunque ricercatore. In più, nel caso di architetti, archeologi e storici dell' arte, va riversato in una tutela sempre più affinata. Meglio si conosce il territorio, meglio lo si tutela. E viceversa. Ma l'aspirazione comune a studiare, a frequentare le biblioteche, a partecipare a convegni, a tenere il ritmo delle pubblicazioni, finanche di quelle straniere, ad essere informati sulle nuove tecniche di restauro e persino a rincorrere la sterminata e illeggibile produzione legislativa, quell'aspirazione è destinata, nella maggior parte dei casi, a rimanere frustrata. Oppure viene realizzata a costo di sacrificare parte dello stipendio e il tempo libero. Maurizia De Min, archeologa e soprintendente reggente nel Veneto, non ha un soldo per pubblicare i risultati di uno scavo. E senza pubblicazione uno scavo è come averlo lasciato a metà, non lo si rende noto alla comunità scientifica, non lo si discute. «Noi siamo costretti a una programmazione triennale e con i soldi che abbiamo curiamo la sicurezza di quattro musei nazionali, la manutenzione delle aree archeologiche, la manutenzione e il restauro degli immobili». E basta. A Padova, come in altre città, gli scavi si fanno con i soldi dei privati. È il destino dell'archeologia urbana. Il proprietario di un edificio chiede di costruire un garage, e la richiesta viene inoltrata anche alla Soprintendenza. Si compiono i primi sondaggi e si scopre che a pochi metri di profondità c'è una necropoli con 690 tombe risalenti all'VIII secolo a.C. (è accaduto per davvero, a dicembre scorso, ne ha parlato su queste pagine Giuseppe Della Fina). Il proprietario, in questo caso un proprietario molto sensibile e intelligente, ha fermato le ruspe e ha pagato il lavoro degli archeologi. Ma non sempre accade di imbattersi in un amante dell'arte. «Bisogna trovare un punto d'equilibrio frale nostre esigenze e i nostri tempi, da una parte, e quelli del proprietario o del costruttore, che invece ha fretta e ha tutt'altri interessi», spiega De Min. Spesso un archeologo è lasciato solo a fronteggiare costruttori agguerriti e disposti a tutto pur che la loro impresa vada avanti. Paradossalmente, quindi, più garage si costruiscono più vantaggi ne ricavano gli archeologi? «E così, trasformiamo la tutela, che comunque dovremmo esercitare ogni volta che si realizza un progetto in città, in acquisizioni scientifiche. D'altronde, come le dicevo, per gli scavi non ci arriva un soldo». De Min regge la Soprintendenza da due anni in attesa che si insedi un titolare. «Firmo mandati di pagamento per milioni di euro, corro continuamente rischi sia civili, sia penali, sia amministrativi e oggi, al massimo della carriera, prendo 1.500 euro al mese. E per studiare rubo ore al sonno. Ma forse la colpa è nostra. Il lavoro ci piace. La tutela per conto dello Stato è fonte di entusiasmo. E tutto questo ci ha fatto dimenticare persino la dignità personale». «Se facessimo sciopero nessuno se ne accorgerebbe»: Renata Casarin è una storica dell'arte, lavora da dieci anni alla Soprintendenza di Mantova. «Ed è emblematico che in molti ambienti ancora ci chiamino "quelli delle Belle Arti", usando una denominazione vecchia di decenni, propria di chi considera il nostro un mestiere da contessine». Insieme a cinque colleghi, Casarin controlla un territorio che comprende un'ottantina di comuni, più il capoluogo, la diocesi di Crema e una parte anche della provincia di Brescia. Inoltre dirige il laboratorio di restauro. «Siamo sottoposti a pressioni fortissime e rischiamo continuamente di essere delegittimati. A me capita di dovermi opporre, per esempio, al trasferimento di un'opera per una mostra e spesso le mie scelte sono viste solo come un arbitrio, un'impuntatura». L'attività di ricerca, l'indagine scientifica dovrebbe alimentare anche il lavoro quotidiano. Come quello di apporre un vincolo. Ma il nuovo regolamento del ministero, accusano tutte le associazioni di tutela (Italia Nostra, Legambiente, Wwf, Comitato per la Bellezza, Assotecnici e Associazione Bianchi Bandinelli), punta a gonfiare l'apparato di comando centrale, l'alta burocrazia ministeriale, e a indebolire la struttura tecnico-scientifica. Ciò risulta, denunciano le associazioni, dall'intenzione di ridurre i dirigenti cosiddetti di seconda fascia che inevitabilmente porterà ad accorpare più soprintendenze fra loro e «dal silenzio sui temi della formazione e dell'assunzione di nuovi quadri». Anche per Nora Scirè, dal 1988 architetto della Soprintendenza di Avellino e Salerno, lo studio è affare da relegare di notte. Lei è arrivata in Irpinia due giorni dopo il terremoto del 1980. Genovese, si era da poco laureata e per molti mesi ha vissuto in una roulotte e poi in un container. Era una dei tanti volontari scesi dal Nord. Un anno dopo era già in forze alla neonata Soprintendenza di Avellino e Salerno retta da Mario De Cunzo (ma "in convenzione") e ha curato i piani di recupero di molti dei centri storici distrutti dal sisma (Sant'Angelo de' Lombardi e Caposele, per esempio). Insieme ad alcuni colleghi più esperti, applicò i più moderni criteri di risanamento di un'edilizia storica che non aveva grandi emergenze architettoniche, ma che sfoggiava una qualità diffusa, depositata nei piccoli dettagli di un portale, di una balconata in ferro battuto, oppure nella rete viaria, nell'allineamento delle case o dei loro tetti. Conoscenza, ricerca e tutela. Fu un'esperienza che poi è servita da modello e che ora viene applicata in altri centri storici. Da allora sono passati molti anni. Nora Scirè è rimasta a Salerno. È stata assunta definitivamente nell"88. Ora la sua zona di competenza va dalla Valle dell'Irno all'agro nocerino, dalla litoranea salernitana a Battipaglia. Fino a dicembre si occupava della Costiera amalfitana, ma poi è stata trasferita sul golfo di Policastro. La sua scrivania è invasa da pratiche per abusi, richieste di parere. Annullamenti. Guadagna milleduecento euro al mese. E ha un sogno: restaurare l'antico castello di Laviano, uno dei paesi più colpiti dal terremoto, ma selvaggiamente ricostruito. «Sarebbe il primo restauro che si fa a Laviano», dice. (2. Continua)