Il San Carlo trova anche il coraggio di un'inaugurazione non cartolinesca, presentando il «Peter Grimes» di Britten, un capolavoro lontano da quel popolaresco d'accatto che non sarebbe stato possibile proporre senza il lavoro ostinato e finissimo svolto da Gioacchino Lanza Tomasi, l'ex sovrintendente che ha fatto del Lirico napoletano un prestigioso crocevia tra l'arte contemporanea del mondo e la musica del Novecento europeo. Certo, è sperabile che la riconsegna del Massimo alla città non diventi un'operazione consolatoria che consenta alle istituzioni di insabbiare per una sera il malessere cancerogeno che assedia la capitale della bellezza perduta. Nulla invecchia come la perfezione e il vuoto futuro di una precisa strategia culturale riconsegnerebbe il teatro all'oblio, come un cadavere imbalsamato con cura nel cimitero delle assenze istituzionali. Nella corsa al Magnificat che si aprirà questa sera valga l'idea che le poltrone del San Carlo servono per stare in silenzio e imparare che il loro uso è molto lontano dall'occupazione ultradecennale che la classe politica italiana consuma sui seggi d'Italia e su quelli del Sud. Il teatro restaurato possa essere un vanto e un monito, possa dire, nella sua seduzione acuta, che l'edificio non basta, che le orchestre languono, che i teatri agonizzano, possa dire che i capolavori sommersi dei Gerolomini hanno dovuto espatriare a Salisburgo, possa dire che senza un sereno sussulto delle responsabilità individuali e collettive, un bel luogo rifatto finirebbe per essere la corona del dileggio sulla testa di una città moribonda. La Napoli del lamento, quella che dà la colpa di tutto alle eruzioni o a San Gennaro, alla peste o alla cassa per il Mezzogiorno, alla prima o alla seconda guerra mondiale, a quel politico o a quell'altro, è una Napoli sconfitta in partenza. Per superare i propri limiti bisogna riconoscerli e i cittadini, nel gioco delle proporzioni, hanno anch'essi le loro responsabilità. Quello che più inquieta nel panorama della situazione politica ed economica della città è la sua insufficienza cronica nel fare tesoro di ciò che possiede. Addolora, per chi crede nel valore della democrazia, che negli ultimi cinquant'anni sia stato attivato un progetto di distruzione della natura e un progetto di distruzione della storia. Se il turismo internazionale ci degna ancora di un qualche sguardo, è per gli edifici voluti dai Borbone o per quelli creati dagli Angioini, è per le belle chiese aragonesi o per il castello sull'acqua di Federico II. I visitatori raggiungono Napoli per ammirare un dono del Padreterno chiamato mare o chiamato Capri, qualche volta chiamato Costiera, raggiungono Napoli per l'orgogliosa rappresentazione di un sovrano che ha imposto una piazza, un porto, una reggia. In mezzo secolo di democrazia deviata quasi nulla è stato fatto da noi stessi. Troppo poco per prendersela con il Vesuvio. Perfino la sventura della lava ha regalato Pompei ed Ercolano, mentre le classi politiche dell'ultimo scorcio del Novecento hanno confezionato specialmente e soltanto accurate sventure, industrializzandone il male con estrema sapienza. Torni il San Carlo, allora, a dirci che la musica non finirà quando il sipario sarà chiuso, torni per ricordare che il futuro senza memoria non esiste, torni il San Carlo con il genio di Muti, con il genio di De Simone, di Cimarosa, di Pergolesi, di Paisiello, di Scarlatti, torni per fissare l'idea centrale di una civiltà: Napoli ha un grande avvenire dietro le spalle.
NAPOLI - il San Carlo riparte con il Peter Grimes di Britten
Il San Carlo di Napoli ha inaugurato la stagione con la rappresentazione di "Peter Grimes" di Britten. L'opera è stata presentata con un'inaugurazione non cartolinesca, che ha richiesto il lavoro di Gioacchino Lanza Tomasi, ex sovrintendente del Lirico napoletano. L'evento è stato visto come un tentativo di riconsegna del Massimo alla città e di promuovere la cultura. Tuttavia, l'autore del testo sostiene che la riconsegna del teatro non dovrebbe essere un'operazione consolatoria che consenta alle istituzioni di insabbiare il malessere economico e culturale della città.
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Bene culturale
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