Ad aprile saranno quarantasei anni che Amedeo Maiuri è scomparso, eppure ogni volta che si parla o si scrive di archeologia è difficile che non venga fatto il suo nome, di questo archeologo «impuro» (era laureato in Filologia bizantina) nato a Veroli (Lazio) che ha segnato gran parte della storia delle scoperte archeologiche di Napoli,di Pompei, dei Campi Flegrei,di Capua, di Capri. E soprattutto di Ercolano. Ma anche il basso Lazio, il Molise, il Sannio, la Basilicata, il Cilento furono territori attraversati da questo instancabile, rigoroso archeologo. Di lui traccia un profilo fra ricerca storica e biografia idealizzata Giuseppe Maggi (archeologo, autore di pubblicazioni nonché di scoperte ad Ercolano ed Oplonti, sostenute dalla National Geographic Society), che ebbe la ventura di collaborare con Maiuri in molte delle sue imprese, soprattutto in quella degli Scavi di Ercolano. Maggi ha mandato in libreria la ristampa di un suo saggio apparso nel 1974 (finalista al Viareggio e premio Adone Zoli) e poi nel 1984: per i tipi di Bibliopolis ora appare, opportunamente aggiornata e con taglio inedito sul privato, L'archeologia magica di Maiuri (pagg.170, euro 25) come approfondimento dell'opera di un archeologo singolare, ancora oggi sentito come uno dei protagonisti della scena culturale napoletana a quasi mezzo secolo dalla scomparsa (a Napoli il 7 aprile 1963, era nato il 7 gennaio 1886). Forte il segno lasciato dalla sua presenza, dalla sua intensa attività, dal suo frenetico occuparsi dei tesori nascosti dal territorio campano. Il volume di Maggi racconta la vita di quest'uomo che, oltre alle ricerche e alle scoperte, ha fatto conoscere - come è testimoniato dal ricco corredo fotografico del libro - i tesori d'arte campani a personaggi internazionali, re Fuad d'Egitto, il presidente indonesiano Sukarno, Ingrid Bergman, e tanti altri. Archeologia magica, perché? L'autore dice: «Definisco magica la sua archeologia in quanto evocatrice di persone, psicologie, ambienti fascinosi. Maturi è stato e resta un archeologo atipico, la cui intramontabile figura è opportuno riproporre al grande pubblico, particolarmente ai giovani che difficilmente trovano modelli cui rapportarsi. A dispetto di critiche e dissensi, Maiuri resta un maestro del ventesimo secolo». Maggi ricorda che Maiuri, «personaggio poliedrico e sofferto», è stato snobbato spesso da colleghi per così dire ortodossi, che non gli perdonavano il peccato originale della laurea in Filologia bizantina, né qualche supposta collusione - a suo parere infondata - con la retorica della romanità, nel periodo fascista: Maiuri arriva a Napoli nel 1924, quando il regime mussoliniano esautora il soprintendente Vittorio Spinazzola, liberale, legato a Nitti. Maiuri, che non appariva politicamente compromesso, lo sostituì per circa quarant'anni, la responsabilità della Soprintendenza archeologica napoletana abbracciava un territorio vastissimo, da Cuma a Velia, a Paestum, passando per Capua, Cuma, Sepino, Pietrabbondante, Pompei, Ercolano, Oplonti, la Basilicata. E naturalmente il ricchissimo Museo Nazionale Archeologico di Napoli. Accanto alla narrazione del Maiuri archeologo c'è poi il racconto del Maiuri privato, del Maiuri uomo: l'infanzia difficile, sofferta, una straordinaria storia d'amore mai descritta in precedenza e nota a Maggi. Giovane, schivo, molto timido, Maiuri si innamorò di Valentina Maffei, nipote di un nunzio apostolico, che - d'accordo con la nobile famiglia della ragazza - la porta via da Roma e la fa vivere nelle sue sedi di nunziatura ad Amsterdam, e a Bruxelles. Dove Maiuri - spiantato sì, ma dalle idee chiare e dal carattere risoluto - va a riprendersela per non lasciarla mai più.