Forse oggi, come non mai, il rapporto tra gestione e opere d'arte è suscettibiledi equivoci. Il bisogno crescente di inventare eventi che possano attrarre il pubblico spesso indifferente ad una necessaria e ponderata conservazione può giustificare iniziative pericolose e talvolta persino contraddittorie. Si è verificato in un passato ormai lontano nello scandire dei centenari degli artisti maggiori (Donatello, Michelangelo ecc.) sempre propositivi di clamorose scoperte, poi dimenticate e dissolte nelle ceneri in pochi anni (penso a una testa di Ercole, già a Parigi, in collezione privata, riferita al Buonarroti o alla Madonna delle Murate, attribuito a Donatello), tanto che sarebbe oggi significativa una rassegna di pseudo-attribuzioni per rendersi conto della loro varietà, determinata dal mutamento del gusto nel tempo. Potrebbe chiarirsi così il continuo riaffiorare di un contegno esistenziale, favorevole alla novità, anche se arbitraria e talvolta pilotata da scopi interessati. Ciò è avvenuto anche di recente con l'acquisto da parte dello Stato di un Crocifisso ligneo, da tempo sul mercato con in esse prevale una intensità di forma che non si serve mai di un procedimento analitico e descrittivo, ma, all'opposto, suggerisce una potenzialità in divenire, talvolta ricorrendo al non-finito. L'inaccettabile ma significativo innalzamento di identità del Crocifisso in questione, per il quale non sono possibili riscontri né figurativi, né storici (nelle fonti), né documentari, appare dunque del tutto propagandistico e rende risibili iniziative di accreditamento e di omaggio in Italia e all'estero. Non restano che numerosi interrogativi: sul prezzo pagato (irrisorio rispetto alla pretesa attribuzione) e sulla opportunità di una spesa pubblica che, nelle gravi carenze economiche delle nostre istituzioni museali, aggiunge un'opera insignificante al nostro ben noto e qualificato patrimonio artistico. Professore emerito della Normale di Pisa