Acquisito dallo Stato, esposto a Montecitorio con enorme successo di pubblico. Candidato a rappresentare l'Italia a Washington per l'insediamento di Obama. Eppure molti grandi studiosi, italiani e stranieri, contestano l'attribuzione. E il prezzo... Mentre si dibatte sulla presenza dei crocifissi nelle aule, un crocifisso di 41 centimetri è entrato senza discussioni nell'aula del Parlamento: attribuito a Michelangelo giovane, acquistato dallo Stato, ha entusiasmato i presidenti della Repubblica Napolitano, della Camera Fini, e naturalmente il ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi. Che mostrando l'opera al Tgl, annunciava anche il progetto di mandarla negli Stati Uniti come ambasciatrice della cultura italiana in occasione dell'insediamento di Obama. Non solo: esposta a Montecitorio per un mese, ha ricevuto la visita di più di 20 mila persone. Insomma, un'operazione culturale trasformata anche in un grosso evento mediatico. Tra i motivi di soddisfazione anche il prezzo pagato: 3 milioni e 250 mila euro. Davvero un eccellente affare: l'ultima opera di Michelangelo andata sul mercato, uno studio di Addolorata di 26 centimetri per 16,4, è stata infatti venduta da Sothebys a 10 milioni e 200 mila euro nel 2001. Ma allora, perché un prezzo così stracciato? La storia è lunga. una famiglia fiorentina, che vuole restare anonima, l'ha venduta ad un altro fiorentino, l'antiquario Sandro Morelli. A sua volta, Morelli l'ha rivenduta all'antiquario torinese Giancarlo Gallino: l'attribuzione a Michelangelo era di là da venire e il prezzo contenuto. Attribuzione (e vendita allo Stato) che arriva con Gallino, esperto non nuovo a simili operazioni. Anni fa ha venduto ai Musei civici di Torino un crocifisso del Giambologna e due tavole di Antonello da Messina alla soprintendenza dì Firenze. Acquisti che suscitarono accese polemiche. E malumori ha creato anche quest'ultima operazione. Perché molti storici dell'arte mettono in dubbio l'attribuzione. Pochi si espongono, visto che a garantire sono nomi prestigiosi come Antonio Paolucci (direttore dei Musei Vaticani), Cristina Acidini (Soprintendente per il polo museale Firenze), gli storici dell'arte Giancarlo Gentilini, Luciano Bellosi, e il compianto Umberto Baldini. Tra chi dubita che quel corpicino, da qualcuno definito «asfittico», non possa essere dell'autore del Mosé non ha problemi a parlare la decana della storia dell'arte Paola Barocchi, professore emerito della Scuola Normale di Pisa e fondatrice e presidente dell'associazione Amici del Bargello. Nella lettera inviata al nostro giornale (vedi pagina precedente) esclude la paternità michelangiolesca considerando l'opera di «rispettabile serialità tardoquattrocentesca», ma «insignificante». Di certo l'attribuzione non è suffragata da alcun documento. Dunque, non esiste la prova principe. La prima a manifestare dubbi è stata, nel 2004, la storica dell'arte Margrit Lisner (sua l'attribuzione a Michelangelo del Cristo di Santo Spirito) quando il crocifisso fu presentato al museo Horne do Firenze: per lei si tratta di un'opera di Andrea Sansovino. Per Frank Zoellner, autore della monumentale biografia Michelangelo (Taschen) «non può essere del maestro perché l'opera dell'artista è documentata molto bene e sarebbe sorprendente che ex nihilo emergesse un nuovo Michelangelo. Citare delle generiche notizie di Vasari non basta. E poi parlano le debolezze vistose del crocefisso nell'attaccatura della spalla e dei capelli». E anche il defunto James Beck, professore di Storia dell'Arte alla Columbia University e uno dei più accreditati esperti dì arte rinascimentale, nello stesso anno aveva manifestato più di un dubbio: «Le ridotte dimensioni dell'opera e il fatto che fosse scolpita nel legno sarebbero dovuti bastare per ritenere poco probabile l'attribuzione a Michelangelo». Antonio Forcellino, storico dell'arte, attualmente impegnato nel restauro dell'altare Piccolomini di Siena in cui sono presenti quattro statue di Michelangelo, rifiuta di commentare l'attribuzione: nella sua recente biografia del maestro, non ha però inserito il crocifisso. Il giallo si infittisce guardando proprio il catalogo Allemandi dell'esposizione al museo Horne: in appendice erano riportati altri otto crocifissi, molto simili, probabilmente provenienti tutti da una bottega fiorentina che Michelangelo conosceva e non frequentava. Da qui la serialità di cui parla Paola Barocchi. Otto crocifissi di cui nel catalogo della nostra di Montecitorio non c'è più traccia. «Nella mostra di Firenze» spiega Cristina Acidini «avevamo inserito gli otto esemplari per dimostrare che il crocifisso era un'immagine ricorrente all'epoca soprattutto nelladevozione dei Savonarola. La differenza tra il crocifisso di Michelangelo e gli altri è nello scatto di qualità che giustifica l'attribuzione», E il direttore generale per i beni artistici Roberto Cerchi così rispondere ai rumars: «Ci sono voluti due anni per arrivare all'acquisto e tre sedute del comitato scientifico. Non si è trattato certo di una decisione non meditata». Resta il prezzo incomprensibile. «Se fosse un crocifisso di Sansovino», dice l'antiquario fiorentino Massimo Vezzosi, specialista di arte rinascimentale, varrebbe cinque o seicentomila euro, ma se fosse di anonimo tra gli-ottanta e i centoventimila». Il giallo continua...