«Ci sono voluti 11 anni per avere giustizia, ma finalmente è stato accertato che i Matarrese nella vicenda di Punta Perotti hanno fatto in pieno il proprio dovere. Ora siamo pronti a trovare un accordo con lo stato per arrivare a una transazione sui danni patrimoniali». Michele Matarrese, presidente della Salvatore Matarrese spa, legge soddisfatto la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo che ha ritenuto illegittima la confisca del complesso residenziale abbattuto nell'aprile 2006, ma non vuole sentire parlare di rivincite. E anche il cospicuo risarcimento che potrebbe presto entrare nelle casse dell'impresa di famiglia gli interessa fino a un certo punto («ci va ridato il valore dei beni che ci sono stati tolti illegittimamente, ma non vogliamo certo arricchirci alle spalle dello stato italiano»). Da imprenditore vecchio stampo per lui contano i principi. E i principi, sanciti ieri dai giudici di Strasburgo, dicono che la confisca e il successivo abbattimento del complesso residenziale di Punta Perotti sono stati illegittimi. Perché lo stato italiano ha violato l'articolo 7 della Convenzione dei diritti dell'uomo secondo cui non può essere inflitta una pena non prevista dalla legge. E all'epoca dei fatti «le leggi in materia di confisca in Italia non erano chiare e quindi non permettevano di prevedere l'eventuale sanzione». Domanda. Ingegnere, allora, possiamo chiamarla una rivincita? Risposta. E' un termine che non mi piace. Noi non cercavamo rivincite, né vendette. Siamo sempre stati convinti della bontà del nostro agire. La decisione dei giudici di Strasburgo ristabilisce la verità, ma soprattutto restituisce dignità a una grande azienda che in 65 anni di vita ha sempre rispettato le leggi e invece è stata fatta passare per costruttrice di ecomostri. D. I giudici di Strasburgo hanno riconosciuto a ciascuna delle tre imprese ricorrenti (Sud Fondi che fa capo al vostro gruppo, Mabar e Iema) 40 nula euro di indennizzo (30 mila per le spese processuali e 10 mila per i danni morali ndr). Ma in ballo ci sono ancora molti soldi. La Corte ha invitato il governo italiano a trovare un accordo per il risarcimento entro sei mesi, altrimenti lo liquiderà autonomamente. E voi avete chieste 274 milioni di euro. E' vero che il denaro non è tutto però... R. Quando la Corte ha giudicato ricevibile il nostro ricorso ci ha invitato a far conoscere le richieste di risarcimento dei danni patrimoniali e morali e di rimborso delle spese legali. In più ci ha chiesto di depositare in busta chiusa la nostra richiesta in caso di transazione. Siamo pronti a sederci attorno a un tavolo per trovare un accordo. Ma vorrei che una cosa fosse chiara. D. Cosa? R. Noi non vogliamo arricchirci a scapito di nessuno. L'azienda è stata illegittimamente privata di un bene, un complesso residenziale all'avanguardia (a chi lo definisce un ecomostro vorrei ricordare che è stato progettato dagli architetti Massimo Napolitano e Mttorio Chiaia con la consulenza di Renzo Piano) e ora ha diritto al risarcimento di ciò che le è stato tolto. I giudici di Strasburgo Io dicono a chiare lettere: c'è stata una violazione del diritto alla proprietà privata, perché la confisca illegale ha costituito un'ingerenza nel legittimo diritto dei ricorrenti di beneficiare dei loro beni. D. Se la confisca è stata illegale chi ha sbagliato allora? Il governo dell'epoca, il comune, i giudici? Ora dovrà pagare lo stato, quindi tutti i cittadini... R. Un dato è certo che la Corte dei diritti dell'uomo ha affermato che la confisca non poteva essere irrogata. D. Anche il comune di Bari ha le sue responsabilità? R. Non c'era un obbligo di abbattimento, ma il furore ambientalista dell'epoca ha coinvolto anche il comune. D. Uno dei tanti paradossi di questa vicenda. R. Persino la stessa Corte europea ha affermato, nella sentenza, che è paradossale che il comune di Bari, responsabile per aver rilasciato i permessi di costruire, diventi proprietario dei beni confiscati.