Comincia la svendita di beni culturali pubblici (essenzialmente palazzi storici) per «fare cassa» e turare i buchi della Finanziaria 2004? In sordina, ma comincia. Si avvia in una grande coltre di nebbia. Si sa che nel Lazio (primo caso) sono stati indicati per la vendita una decina di edifici, ma non si sa ancora quali siano. Tentiamo di uscire dalla nebbia. Intanto, la legislazione generale sul patrimonio storico e artistico e sul paesaggio ha avuto per decenni un principio-cardine: tutti i beni culturali demaniali sono inalienabili, salvo le eccezioni autorizzate dalle Soprintendenze. Con la Finanziaria 2000 però passò (sciaguratamente pure con voti ulivisti) un emendamento della Lega che ribaltava quel principio-cardine: tutti i beni culturali demaniali diventavano alienabili, tranne le eccezioni timbrate dalle Soprintendenze. Polemiche roventi, minacce di crisi da parte dei Verdi. Si rimediò con un ordine del giorno che impegnava il governo Amato a redigere un regolamento basato sull'antico principio e a definire con chiarezza quali beni, a quali condizioni e con quali modalità, potevano venire venduti o ceduti in affitto con l'avallo delle Soprintendenze. Regolamento n. 283 del settembre 2000, approvato da tutti, firmato Ciampi. Gli enti pubblici possessori avrebbero inviato gli elenchi delle loro proprietà e le Soprintendenze li avrebbero vagliati autorizzando cessioni o affitti, in modo chiaro e motivato. Qui cambia la maggioranza e scatta la sindrome del «fare cassa» per turare le falle, per finanziare faraoni-che Grandi Opere. Come? Anche trasferendo beni pubblici alla Patrimonio SpA, gemella della Infrastrutture SpA. Anche condonando per la terza volta in meno di vent'anni vistosi abusi edilizi, persino quelli commessi in parte su suoli demaniali. Col collegato alla Finanziaria 2004, cioè col decreto Tremonti n.326, è stato cancellato il Regolamento n. 2832000 coi suoi preziosi elenchi ed è stata invece introdotta la ghigliottina del silenzioassenso: adesso è l'Agenzia del Demanio, incaricata di vendere tutto il vendibile, a proporre elenchi di immobili e tocca alle Soprintendenze «verificare» in poche settimane se siano di rilevanza storico-artistica o no. Soprintendenze che in tutta Italia hanno ben 300 architetti ognuno dei quali sbriga già, di media, circa 650 pratiche l'anno, 2,6 a testa per giorno lavorativo (ma in Liguria e Lombardia sono 7 e nel Veneto 8 al dì). Poche storie: bisogna «fare cassa». E se non risponderanno in tempo? Varrà come un «sì». Nel frattempo, per dimostrare che lui tiene molto alla tutela, il ministro Urbani manda in pensione, dopo un quinquennio appena, il Testo Unico sui Beni Culturali e lo sostituisce con un suo Codice. Che, pessimo sul versante del paesaggio, contiene qualche paletto in più contro vendite e svendite. Però entrerà in vigore il 1 maggio prossimo, con due anni poi di rodaggio. Adesso vige in pieno soltanto il collegato alla Finanziaria 2004. Quindi regna Tremonti. Col suo bisogno di «fare cassa», anche perché le Regioni hanno detto di no al condono edilizio, la Corte costituzionale rischia di invalidarglielo e lui non sa come tenere in piedi la manovra se gli si affloscia qualche «una tantum».
Ci sono buchi nei conti? Comincia la svendita
La Finanziaria 2004 ha introdotto un emendamento che permette la vendita di beni culturali pubblici, come palazzi storici, per finanziare la manovra economica. Questo è avvenuto senza il consenso della maggioranza e ha suscitato polemiche. Il Regolamento n. 283 del 2000, che aveva stabilito che i beni culturali demaniali erano inalienabili, è stato cancellato e sostituito con un nuovo regolamento che introduce la possibilità di vendere questi beni. Le Soprintendenze sono incaricate di verificare se i beni sono di rilevanza storico-artistica, ma il processo è troppo lento e le Soprintendenze hanno poco tempo per esaminare le richieste.
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