E' negli anni Sessanta e Settanta del Novecento che nasce la città di oggi, tra eccellenze e mediocrità Nel secondo dopoguerra Bari comincia a perdere la sua fisionomia urbana di compatto borgo ottocentesco che si era guadagnata ai tempi di Murat. Al posto delle case segnate dall'eclettismo prima, e più tardi dal liberty e da un razionalismo rivisitato dal fascismo, debuttano alti condomini ispirati ad un «international style» che solo allora si affacciava in provincia e nel resto dell'Italia. L'edilizia del ventennio Sessanta-Settanta è oggetto, da qualche tempo, di una riconsiderazione estetica, di uno studio critico che ne ha messo in luce pregi e soprattutto difetti. E su questa linea si sviluppa anche il volume La nuova edilizia a Bari: il dopoguerra e la città trasformata (Adda Editore, Bari 2008, pp. 335), a cura di Livia Semerari, terzo tomo di una trilogia promossa dalla Formedil di Bari e partita proprio dagli esordi del Novecento; domani gli autori lo presentano nella sala multimediale del Castello Svevo di Bari (ore 17.30). Viene confermato anche per questa nuova uscita il team di collaboratori coinvolti: Livia Semerari che inquadra i temi affrontati dalla cultura architettonica e urbanistica nella Bari di allora, Domenico Spinelli che prende in esame dieci architetture d'eccellenza e ne redige una puntuale schedatura, e infine Beppe Fragasso che riprende l'analisi delle coeve politiche urbanistiche e di investimenti. Ne viene fuori uno scenario composito, l'assetto di una città che, dopo la guerra, dal piano regolatore Calza Bini-Piacentini a quello di Quaroni, conosce una massiccia crescita, una febbre del mattone, affidata ad una classe professionale che immette nel circuito cittadino idee costruttive partorite altrove ma in grado, in alcuni casi, di alimentarsi anche di linfa locale. I problemi del resto non sono di facile soluzione e gli esiti purtroppo non sempre all'altezza della complicata compagine. Del resto, la Bari che si lascia alle spalle il secondo conflitto mondiale, deve affrontare la spinosa questione dell'espansione edilizia nei nuovi quartieri periferici, a fronte di un radicalizzarsi nel centro murattiano del terziario e delle residenze per la borghesia medio-alta. Di conseguenza, il paesaggio oltre la ferrovia, antico confine ottocentesco, viene urbanizzato e quartieri come San Pasquale, Carrassi, Iapigia si riempiono di edilizia senza qualità. Negli anni Sessanta, inoltre, si punta anche a consistenti interventi residenziali come Poggiofranco, costruito sui suoli di proprietà della famiglia Amoruso Manzari, un quartiere che, tutto sommato, presenta una sua omogeneità stilistica. Nel complesso, però, il linguaggio architettonico si fa ripetitivo e anodino con una generale tendenza all'allineamento delle facciate e alle lottizzazioni abusive. Modalità speculativa che non risparmia neanche il borgo, dove viene sostituito il patrimonio ottocentesco con edifici la cui caratteristica principale è l'aumento esponenziale dei volumi edificabili. Tutto ciò emerge a chiare lettere nel contributo della Semerari che mette a fuoco un panorama piuttosto desolante, marchiato con dettagli costruttivi di scarsa riconoscibilità e comunque applicati a corpi edilizi reiteratamente simili tra loro. Fanno eccezione, viene giustamente notato, molti tra i migliori progettisti della città, nomi come Aldo Amoruso Manzari, Vittorio Chiaia, Tonino Cirielli, Onofrio Mangini, Massimo Napolitano, Dino Pezzuto, Vito Sangirardi. Professionalità autorevoli che, però pur avendo firmato architetture di pregio, non hanno potuto sottrarsi del tutto alle stesse logiche di ghiotta edificazione che hanno generato, nel resto del borgo murattiano e in misura incontrollata nelle periferie, esempi di deprimente sciatteria architettonica. Il risultato lo si può sperimentare ogni giorno: quello che era un borgo gelosamente coltivato in un raro «understatement» architettonico, coerente con un'idea urbanistica del piacevole e del vivibile, dove anche l'edificio senza pretese non sfigurava accanto a quello di maggior valore, è stato sostituito da un cuore cittadino raffazzonato, forse anche irrimediabilmente malato, dove, al contrario, gli edifici di basso profilo ma di alta redditività hanno finito per conglobare e mortificare quegli stessi esempi di cui si è detto. Anzi, solo a sfogliare La nuova edilizia a Bari, si potrebbe cogliere come una guida involontaria per sapere dove alzare lo sguardo in una città in cui, invece, conviene tenerlo basso. A destra, l'edificio di via Venezia 13 (finito nel 1977, su progetto di Marcello Petrignani e Marina Ruggiero Petrignani)
ARCHITETTURA E PAESAGGIO: La Bari moderna
Nel dopoguerra, Bari subisce una rapida crescita urbana, con la costruzione di nuovi quartieri e l'espansione del centro storico. L'edilizia del periodo è oggetto di studio critico, che mette in luce pregi e difetti. Il volume "La nuova edilizia a Bari: il dopoguerra e la città trasformata" esamina la situazione architettonica e urbanistica della città. L'autore Livia Semerari affronta i temi della cultura architettonica e urbanistica, mentre Domenico Spinelli analizza dieci architetture d'eccellenza. Il libro mette a fuoco un panorama complesso, con una città che cresce rapidamente e affronta problemi di espansione edilizia.
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Bene culturale
Luogo