La grande svendita del nostro patrimonio? È cominciata: come previsto dal «decretino» sottoscritto in febbraio da Agenzia del Demanio e Ministero per i Beni e le Attività Culturali, l'Agenzia ha trasmesso al Ministero il primo elenco di beni che vuole vendere, in primissima istanza venti collocati in tre Regioni, Lombardia, Lazio e Calabria. Ma la stessa Agenzia fa sapere che il lotto complessivo è mostruosamente più ampio: il piano prevede la dismissione di quindicimila beni in tre anni. E ora comincia, per le Soprintendenze interessate, la rincorsa col tempo, in base al principio del silenzioassenso: tre mesi per valutare il valore culturale dei «beni» e apporre se necessario il vincolo. Venti beni? Facile. Ma per quindicimila sarà più seria. E ci si chiede in che modo, per i successivi elenchi nei prossimi tre anni, le Soprintendenze potranno «trattare» con l'Agenzia i tempi della valutazione (come, appunto, prevede il «decretino» per gli elenchi successivi al primo). Quanto al primo elenco piove subito alla Camera un'interrogazione. Franca Chiaromonte, Ds, si appella alla legge sulla trasparenza del 1990 per chiedere a Urbani di svelare quali siano i palazzi o certose o forti o carceri che il Demanio vuole vendere. Intanto continua la «resistenza»: quella che a tutta la nuova normativa sul nostro patrimonio storico-artistico e ambientale oppongono le associazioni che si battono per la tutela. Ricorrere al Tar per contestare il nuovo Codice per i beni culturali e paesaggistici, in base al principio di gerarchia delle fonti normative? È una strada: perché il Codice, che è «solo» un decreto legislativo, abroga di fatto una parte dei vincoli sul territorio previsti dalla Legge Galasso. Altra strada: chiedere che il Governo, con decreto ministeriale, ripristini nella sostanza il decreto 33 del 2000 (il cosiddetto «regolamento Melandri" che stabiliva ciò che è alienabile e ciò che non lo è), dandosi i criteri di indirizzo per la vendita del "tesoro degli italiani» (prendiamo l'espressione a prestito dal titolo del libro del ministro Urbani). Le due ipotesi sono il frutto del primo degli incotri che l'Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli edica alla tempesta legislativa che, in meno di tre anni di governo del Centrodestra, si è abbattuta su questa materia: l'altro ieri, a Roma, confronto tra Tommaso Alibrandi, Irene Berlingò, Giorgio Bonsanti, Vittorio, Emiliani, seduti alla tavola rotonda presieduta da Giuseppe Chiarante. Nodi analizzati: la paradossalità di un Codice che già nei primi articoli parla, anziché di tutela, di vendita dei beni pubblici; il confuso rapporto Stato-Regioni, che fa sì che, sul piano paesistico, gli Enti Locali finiscano per fare da controllori e controllati; l'indebolimento, fino al prevedibile sfinimento e azzeramento di funzioni, delle strutture tecnico-scientifiche del Ministero sul territorio; il prevalere della struttura centrale e amministrativa. E, sottostante a tutto, il «mistero» (che a vedere con gli occhi dell'assoluto disincanto tale non è) di una vera furia legislativa che, tra Patrimonio s.p.a., Codice, riforma del ministero, condono edilizio, si è abbattuta in questi tre anni sul nostro tesoro delicatissimo e più prezioso: per arrivare alle prime leggi di tutela, datate 1909, ci vollero una trentina d'anni di discussione parlamentare, poi altri trenta per riformarle, con Bottai. Qui, invece, siamo a un delirio legislativo a quattro anni secchi dall'approvazione di un Testo unico che ripuliva e riordinava nel suo complesso la materia. Un mistero? No, Attila ha fretta.