È noto che l'Italia oltre ad essere la patria ideale di poeti, santi e navigatori, è anche quella del provvisorio. Anzi, si potrebbe credere che soltanto ciò che è provvisorio abbia da noi qualche possibilità di durare nel tempo. Battute a parte, se questa piccola considerazione spruzzata di disincanto la applicassimo a talune situazioni in cui versano gli edifici dei nostri teatri, troveremmo la conferma. Scopriamo, ad esempio, che la Scala di Milano ha dovuto iniziare i lavori di ristrutturazione altrimenti sarebbe stata bloccata dai pompieri: vi erano travi marce, pioveva nell'edificio, alcuni locali probabilmente erano nelle condizioni di una topaia. Ma le amministrazioni che si susseguivano mettevano ogni volta una toppa, nonostante gli strilli dei sovrintendenti e le minacce di chi doveva vigilare sulla sicurezza. Il provvisorio l'ha garantita in quelle condizioni per anni. La Fenice, di cui recentemente c'è stata la prima inaugurazione (quella definitiva per il funzionamento completo del teatro richiederà ancora qualche mese), dopo il funesto incendio ha conosciuto tutti i tentennamenti burocratici di cui questo Paese è capace. Per ricostruirla c'è voluto un tempo quadruplo di quello che occorse all'Imperial Regio Governo austriaco, dopo le ottocentesche fiamme. Il provvisorio ora è stato sconfitto da campagne di stampa e da polemiche, forse dall'orgoglio veneto che è ancora vivo. Adesso non vorremmo che questo dannato provvisorio si prenda cura anche del Petruzzelli di Bari, uno dei teatri più importanti del Sud. Tuttora inagibile, dopo l'incendio che lo distrusse ali alba del 21 ottobre 1991, è stato promosso da qualche mese dalla categoria dei teatri di tradizione a quello delle fondazioni-enti lirici. Entra, in altre parole, a far parte di un sistema nazionale e per di più contando quattro strutture (al momento una sola delle quali funzionante). Ma va da sé, che per quanto si possa abbellire il nome degli edifici e per quanto si facciano sforzi per metterli in sistemi complessi, il loro funzionamento richiede ben altro. In tal caso, occorrerebbe ricostruire quello che il fuoco ha distrutto e ridare dignità a questo teatro che fu edificato tra il 1899 e il 1903 su suolo pubblico con denaro privato. Ma sta qui il punto: i soldi non ci sono. O meglio, il Fondo unico dello spettacolo ha stanziato una quota per il funzionamento dell'ente lirico barese: questi mezzi, però, non potranno essere utilizzati per opere murarie ma solo per l'attività musicale. La quale, fino a quando non cambiano le regole della logica, è difficile che possa svolgersi senza un edificio finito. Così si tira avanti al teatro comunale Piccinni (che comunque fa sempre parte della ricordata fondazione). Morale della storia: bisognerebbe dare una scossa a questa sindrome del provvisorio che ha colpito anche il povero Petruzzelli. Il quale non ha dignità inferiore alla Fenice o alla Scala, ma soltanto meno storia. Il suo regolare funzionamento potrebbe recare vantaggi a Bari: e il tempo li trasformerebbe in opportunità. D'altra parte chi scrive è fermamente con vinto che un festival o un teatro servano di più di una fabbrica. E soprattutto che diano più lavoro.