Larchitetto Luca Zevi spiega il progetto del contenitore espositivo di Nardò nato per ricordare laccoglienza offerta agli esuli in fuga dai campi di sterminio nazisti "Un simbolo importante che testimonia lodissea di trenta mila profughi slavi e di cento mila ebrei salvati dai neretini" Un progetto nato nel 2005 quando lallora presidente della Repubblica Ciampi insignì il centro salentino della medaglia doro Oltre la retorica, sempre in agguato, dinanzi alla pur giovane Giornata della memoria per non dimenticare lorrore dellOlocausto. Lalternativa, a svelare una storia quasi inedita, arriva da Nardò dove, appena una settimana fa, è stato inaugurato il primo museo italiano della memoria e dellaccoglienza. È il punto di arrivo di una vicenda cominciata a gennaio 2005 quando Carlo Azeglio Ciampi, allora presidente della Repubblica, insignì della medaglia doro al merito civile il Comune di Nardò. Perché è nella marina del paese salentino, a Santa Maria al Bagno, che trovarono accoglienza trentamila profughi slavi e centomila ebrei riusciti a scampare allabominio dei campi di sterminio nazisti. Come unica traccia di questavventura solidale, al di là della memoria orale degli anziani del paese, tre murales impressi sui muri di una villetta dallartista ebreo Zivi Miller. È da lì che scaturì la molla della curiosità in Paolo Pisacane, fondatore dellassociazione Pro murales ebraici di Santa Maria al Bagno, dietro le quinte regista con lamministrazione comunale neretina del progetto di istituzione del contenitore museale. «Questo museo rappresenta già nel suo aspetto - spiega Luca Zevi, architetto e curatore del progetto architettonico per lo spazio espositivo - un po lo stato esistenziale di quei superstiti dai campi di sterminio nazisti che sostarono fra il 43 e il 47 nel campo dinternamento britannico di Nardò, dove venivano trattenuti nel loro cammino verso la terra dIsraele, ai tempi sotto dominio inglese». Una storia che larchitetto, figlio di Bruno e Tullia Zevi, ha rappresentato in un edificio sul lungomare di Santa Maria al Bagno, con una soluzione dimpatto. «Il museo è come una scatola di cemento, chiusa, senza finestre, a voler rammentare - racconta - la condizione di soffocamento di qualunque forma di vita che è propria dei campi di sterminio nazista. Su questa scatola si arrampicano, partendo dal giardino antistante, linee di pietra leccese che formano una sorta di griglia sulla gabbia di cemento. A indicare, sì, uno stato di reclusione, ma, trattandosi di una griglia comunque luminosa, a sottolineare soprattutto laccoglienza straordinaria della gente di Nardò. I neretini riportarono lentamente alla vita queste persone che provenivano dallinferno per metterle in condizione di avviare una nuova vita, quella che avrebbero poi vissuto nel futuro Stato di Israele». Da Nardò la meta verso la loro terra promessa sarebbe stata la città di Hof Hacarmel Atlitla e non è dunque per caso che nel museo esista un collegamento online con quello di questo centro che fu approdo di un immenso esodo dei sopravvissuti. Ai visitatori lopportunità di scoprire i tre murales di Zivi Miller, espliciti perché documentano questa vicenda in maniera fortemente espressiva, oltre ad una documentazione fotografica. Due anni, poi, il tempo necessario alla progettazione e realizzazione del museo, assolutamente unico nel suo genere in Italia. «Una tempistica - ricorda Zevi - dovuta in particolar modo al distacco e al restauro di questi murales ridotti in condizioni pietose, consumati sui muri di una casupola addossata ad un condominio, a pochi passi dal museo». A chi sia destinata loperazione espositiva utile, secondo Zevi, ad apprendere una vicenda virtuosa e solidale, provvede a chiarirlo lo stesso curatore. «Il nostro popolo - rileva - conosce già e fin troppo bene il dramma della sua odissea. Così il museo è rivolto soprattutto a quelli che ebrei non sono. Al di là della mia partecipazione al progetto, credo si tratti di una bellissima iniziativa, perché è servita a riportare alla luce una pagina importante da cui cè molto da imparare in tema di cultura dellaccoglienza. E oggi forse più di ieri».