Il critico: i modelli a cui ispirarsi sono il Grand Palais di Parigi e la Royal Academy Un consiglio allassessore? Poca demagogia, più qualità e molta comunicazione La nostra è una città generosa se proponi cose di grande valore la gente ti premia sempre Flavio Caroli, come spiega il successo della mostra di Caravaggio a Brera? «Milano è una città generosa, ma soprattutto affamata. Quando cè qualcosa da vedere che merita, corre. Nei sette anni in cui ho curato le mostre di Palazzo Reale venivano a frotte. Anche solo per seguire delle conferenze. Cera molto amore. Peccato che poi è stato disperso parte del lavoro che avevamo fatto». Che cosa è mancato? «Forse sono mancate le ambizioni. La voglia di fare poche cose ma veramente di alto livello. Mostre che stiano nel contesto europeo. I miei modelli sono sempre stati il Grand Palais di Parigi e la Royal Academy di Londra. Milano avrebbe tutte le carte in regola per diventare il più importante centro artistico del Sud Europa. Ma il problema italiano sono i condizionamenti». Politici? «Non solo. La Royal Academy, per esempio, è unistituzione privata e può procedere in proprio. La stessa cosa vale per Parigi. In Italia, invece, ci sono troppe pressioni. Non sempre si riesce a fare tutto ciò che si vuole». Per esempio? «Riuscire a fare il giusto numero di cose, abolendo totalmente ogni voglia populistica. La gente è molto meglio di ciò che si pensa. Quando capisce che le si offre qualcosa di livello, non se la lascia scappare. Se torniamo al Caravaggio, fino a un secolo fa era semi sconosciuto ai più. Poi grazie alla tesi di laurea del mio maestro Roberto Longhi tornò ad essere popolare. A Brera è già esposto un suo quadro, ma basta farne arrivare uno da Londra e uno da Roma e ha visto come i milanesi accorrono?». Ha qualche rimpianto? «Avrei voluto concludere lultimo anno. Avevo iniziato con Leonardo e mi sarebbe piaciuto concludere con Matisse. Milano ha delle potenzialità fortissime. Limportante è puntare solo su cose di altissimo livello». Il pubblico milanese, però, premiò anche la mostra dedicata ai writer. «Non saprei che dire. Forse è stato un caso particolare. La verità è che troppo spesso alla gente non viene data la qualità che chiede. Anzi spesso non viene dato nulla. Mentre i milanesi hanno fame di cultura». Che consiglio darebbe allassessore alla Cultura Finazzer Flory che oggi presenterà la nuova stagione delle mostre? «Poca demagogia, più qualità e molta comunicazione». In che senso? «Non serve fare quarantacinque cose. Se poi non valgono molto anche con tutta la pubblicità del mondo non avranno successo. Per comunicare intendo spiegare ai visitatori quello che vedono. Mi ricordo che allepoca della mostra Lanima e il volto tre volte la settimana accompagnavo personalmente i visitatori. Bisogna che la gente si identifichi e trovi delle risposte». A suo parere non è insufficiente lattuale spazio occupato dalla Pinacoteca di Brera? «Sa da quanto tempo si parla della Grande Brera? Da ben trentacinque anni. Ricordo unintervista che feci nel 1975 a Franco Russoli, allora sovrintendente che diceva: la grande Brera si farà, ma quando? Ne parliamo ancora e guardi dove siano arrivati. Certo che la Pinacoteca merita di più». Laccademia deve traslocare? «La Pinacoteca è il secondo museo dItalia dopo gli Uffizi. Capisco che Milano non sia Firenze, ma quando nacque la Pinacoteca era una sorta di showroom per gli studenti dellAccademia. Perché potessero ammirare dal vero qualche quadro. La soluzione più idonea oggi? Naturalmente auspico che per lAccademia si trovi il luogo più bello della città, ma assolutamente deve spostarsi da Brera».
Caroli: "Milano deve diventare il polo artistico del Sud Europa"
Il critico Flavio Caroli parla della mostra di Caravaggio a Brera e della mancanza di qualità e comunicazione nella cultura milanese. Secondo lui, Milano è una città generosa ma affamata di cultura, ma le mostre spesso non sono di alto livello e non sono comunicate bene ai visitatori. Caroli cita il Grand Palais di Parigi e la Royal Academy di Londra come modelli per le mostre italiane. Egli auspica che le mostre siano fatte con poche cose ma di alto livello, senza demagogia e senza pubblicità eccessiva. Caroli ha anche un rimpianto per non aver concluso lultimo anno di attività con una mostra su Matisse.
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