Mobili pignorati per la parcella Il direttivo esautorato fa un nuovo ricorso Si sentono traditi, vittima di un sopruso, ma resistono malgrado tutto. Sono i membri dell'ultimo direttivo in carica all'associazione scaligera dei mutilati e invalidi di guerra, che si definiscono «epurati» e costretti a sborsare denaro dal direttorio romano. La vicenda ha è complessa. «Tutto iniziò nel 2002», racconta Paola Lonardoni, ultima presidente dell'associazione, moglie di un invalido di guerra, «all'epoca la sede romana decise di vendere la nostra casa del Mutilato stimandola per oltre tre miliardi e 600 milioni di lire. Il direttivo scaligero si oppose, visto che l'associazione ha personalità giuridica e che quindi l'immobile non è da considerarsi di proprietà romana, bensì scaligera dal 1918. I romani decisero di portare in causa la nostra associazione». Una battaglia legale che è ancora in corso e che con tutta probabilità vedrà la prima sentenza il prossimo aprile, spiegano i soci raccontando che dopo questo primo passo, la sede romana ha deciso anche di espellere il consiglio direttivo, esautorandolo dei propri poteri e imponendo un commissario. «Tutto ciò, secondo noi, per trovare degli interlocutori più morbidi, con i quali ottenere quanto desideravano, ovvero monetizzare vendendo la storica sede che nel frattempo abbiamo curato, apportando molte migliorie e diversi restauri che ne hanno fatto lievitare il valore», spiegano i soci. È scattata così una nuova causa contro questa «epurazione» del direttivo, il quale però ha perso in sede legale e si è visto richiedere il pagamento di quasi 12mila euro di spese legali. «Mi sono vista pignorare i mobili di casa», racconta la Lonardoni, «solo perché ero via dalla città da diverso tempo e non avevo visto la richiesta di pagamento e quando sono tornata i termini erano scaduti». Anche Gianni Cantù, storico cronista de L'Arena è stato coinvolto in questa vicenda quale membro dimissionario del direttivo e dice: «Il problema non è pagare, mi ritengo vittima di un ignobile sopruso con l'espulsione dall'Anmig perpetrato dalla presidenza nazionale che ha adottato, per dirimere il contenzioso derivato dalla dialettica interna all'associazione, la logica perversa di certi partiti politici». E aggiunge: «Al pari degli altri malcapitati invalidi di guerra colpiti dalla scomunica romana, ho sempre agito unicamente per spirito di servizio, con personali disagi e sacrifici, interpretando i sentimenti dei soci di Verona. Nessuno di noi ha mai chiesto di venire investito di cariche sociali, ora è paradossale che chi ha accettato, obtorto collo come nel mio caso, di difendere le ragioni dei mutilati e degli invalidi di guerra veronesi, debba finire per pagare la propria azione di puro volontariato». La diatriba con Roma è ben lontana quindi dal trovare una soluzione, anche perché i soci veronesi hanno servito alla presidenza nazionale una ulteriore difficoltà alla «conquista» del palazzo, ottenendo dall'allora assessore regionale, ora ministro, Luca Zaia la delibera che attesta la sede di via dei Mutilati di «interesse museale», impedendone di fatto qualunque altro utilizzo. Anche su questo punto Roma ha ricorso al Tar e il giudizio è ancora sospeso. «Intanto però la presidenza nazionale ha deciso di creare una fondazione nella quale far confluire gli immobili e le proprietà delle 300 sedi sparse per l'Italia», spiega Luca Bonicelli, attivo collaboratore dell'associazione scaligera, «cercando così di risolvere anche il caso veronese che potenzialmente potrebbe essere un pericoloso precedente anche per altre realtà». «In un periodo come questo in cui si parla tanto di valori», dice Marco Burato, ex vice presidente dell'associazione e nipote di un eroe di El Alamain, «questo fatto ci sembra una spia di una pericolosa deriva. Mi appello affinché Roma dia finalmente delle spiegazioni e faccia chiarezza su tutta la vicenda proponendo una soluzione a questa incresciosa diatriba».G.C.