PIANOSA - Una lettera al ministro dei beni culturali Giuliano Urbani, una denuncia plateale, tante associazioni insieme, Amici dei Musei, Italia Nostra, Legambiente, persino il Forum dell'Unesco. Tutti uniti in una sola voce per gridare allo scempio: la distruzione di un sito archeologico importantissimo che si trova a Pianosa, il "Bagno di Agrippa", ovvero i resti della villa marina in cui visse relegato tra il 7 e il 14 dopo Cristo Agrippa Postumo, nipote di Ottaviano Augusto, primo imperatore di Roma. Insomma non una cosa da poco, ma una dimora della famiglia imperiale romana. E lo scempio di cui si parla è tanto più grave perché consumato durante un restauro della Soprintendenza, quindi proprio da chi invece dovrebbe conservare il nostro patrimonio culturale. Una denuncia così forte e circostanziata - tanto che sulla questione ora indagano i carabinieri del nucleo tutela del patrimonio artistico - meritava una visita. Un lungo viaggio per nave, con il traghetto invernale del martedì che una volta sola la settimana parte da Piombino, fa tappa prima a Rio Marina, poi a Porto Azzurro e finalmente, dopo oltre tre ore attracca sull'isola. Già prima di entrare in porto, brilla da lontano sulla spiaggia una tensostruttura con tanti piccoli ombrelli bianchi. Ammicca illuminata dal sole e attira fortemente l'attenzione. È laggiù che si deve andare, perché - come riportano tutte le guide - la villa romana è proprio sulla spiaggia, appena davanti alla lunghissima orrenda muraglia fatta erigere dal generale Dalla Chiesa come freno ulteriore alla fuga dei brigatisti imprigionati. Ma prima di arrivarci c'è da entrare nel piccolo porto scurito dall'abbandono, camminare tra le costruzioni fatiscenti dell'isola con le tendine ancora alle finestre e le porte sventrate, abbandonate da chi ha abitato lì fino a pochissimi anni fa, ovvero i guardiani del supercarcere con le loro famiglie. Bisogna costeggiare un campo di calcio con la rete a pezzi, un campo da tennis miracolosamente intatto, un parco giochi con le altalene arruginite, dove passavano i pomeriggi i bambini dei poliziotti. E avanzare, con il minaccioso muro Dalla Chiesa sulla sinistra lungo la stradina che porta alle rovine romane. Più ci si avvicina e più quelle specie di funghi che formano la tensostruttura di tela plasticata diventano insopportabili agli occhi tra il mare azzurro e il color polvere che accomuna tutto, le costruzioni dell'ex paese che nell'aspetto sembra moresco e invece è stato fatto così com'è nell'800, e quelle di duemila anni fa che indovini sotto gli ombrelli. Non è tutto: intorno alle rovine c'è una palizzata di legno grezzo, in stile ranch americano, un rettangolo che segue un altro, tutti con la loro bella X al centro. I due capi centrali della lunga palizzata si incontrano sul limitare di una pedana che va a finire proprio sui resti a semicerchio del piccolo teatro della villa, di fatto sventrandone l'immagine. È molto peggio di quello che ci si potrebbe aspettare. La tensostruttura è retta da grossi pilastri di ferro arrugginiti piantati incredibilmente dentro quello che resta dei muri della villa imperiale. Per aria, sopra gli ombrelli, c'è un autentico reticolato di ferro che hanno pensato bene di colorare di azzurro. Dappertutto palate di cemento scuro pareggiano i contorni dei mozziconi di muro, andando ad insinuarsi e a sporcare i mattoni d'epoca romana, piccoli, quadrati, messi tutti di traverso con precisione. Quella così vicino al mare non era la vera residenza, era la zona di "otium" del principe, dove andava a mitigare forse la solitudine, c'erano - dicono i rilievi fatto alla fine dell'Ottocento - un laconicum, ovvero una sauna, un peristilio, ovvero una corte con una grande piscina rettangolare, una sala di rappresentanza, una terrazza semicircolare affacciata sulle onde che lì nelle giornate di calma arrivano leggere leggere. Ora ci sono tanti mucchietti di macerie e terriccio dappertutto. Il cemento regna sovrano, ha riempito gli spazi dei muri a secco che le maestranze romane avevano fatto resistenti al salmastro e alle intemperie dei secoli usando la pietra che avevano trovato sull'isola; ha raddrizzato i gradini di una scala che scende in un sotterraneo sotto un pavimento mirabilmente realizzato con minuscoli mattoncini di cotto duemila anni fa. Il cemento ha deturpato i mosaici che affiorano sotto i nostri piedi imprigionando le tesserine bianche e nere. Dietro un angolo di rovine c'è un cilindro di cemento indurito, poco distante un mucchietto di mattoni di gres, accanto un secchio di plastica blu ancora pieno zeppo di sassolini di ghiaia bianca: è con quello che "restauravano" i mosaici. E infatti si vedono frammenti di mosaico in cui vicino alle tessere originali sono allineate queste altre, tutte tondine come è tondo il ghiaino che si mette nei vialetti dei giardini. Altro che scempio, è molto di più. Forse a fare quel "restauro" è stato lo stesso muratore che qua e là sull'isola ha raddrizzato muretti, piantato pezzi di palizzata, cementato scalette. Sarebbe comunque incolpevole lui. Ma non chi doveva sorvegliare sui restauri, che vanno avanti da quasi una ventina d'anni e sono costati soldi pubblici. Un cartello affisso dal Parco dell'Arcipelago Toscano nelle vicinanze della Cala dei Turchi sfida il ridicolo rivolgendosi ai visitatori a cui ha appena raccomandato di non buttare carte per terra e non accendere fuochi: «se vi dovesse capitare di incontrare manomissioni o inquinamenti, segnalatelo all'Ente Parco». Guardandosi intorno, mentre il traghetto suona la sirena per richiamare a bordo i passeggeri, il grande interrogativo che si pone non riguarda solo la villa romana ma l'intero destino dell'isola finita nella cartolarizzazione statale del ministro Tremonti. Tutte le costruzione dell'isola sono di proprietà del demanio (valore stimato poco più di 8 milioni di euro) e rischiano di essere vendute al miglior offerente, anche se la Regione si è già fatta avanti per acquistarle. Oggi Pianosa nella desolazione dell'abbandono ha il segreto fascinoso di una colossale rovina abitata da fantasmi della storia. Domani chissà.