ROMA Sarà la prova generale della privatizzazione di beni demaniali che abbiano anche valore culturale: la dismissione del patrimonio immobiliare, insomma, che ha già provocato mille polemiche tra associazioni ambientaliste e il ministero di Giuliano Urbani. Oggi si terrà la prima riunione operativa tra Agenzia del Demanio e direzione generale per i Beni architettonici e il paesaggio del ministero per i Beni e le attività culturali, diretta da Roberto Cecchi. Sotto esame un primo elenco, tutto da valutare, di venti immobili in Lombardia, Lazio e Calabria che potrebbero essere venduti a privati. E' la «verifica dell'interesse culturale». Impossibile sapere di quali immobili si tratti: la lista è ancora da mettere a punto. Una prova generale, appunto, per evitare malintesi e future congestioni negli uffici. La preoccupazione principale del ministero guidato da Urbani è che le singole soprintendenze chiamate, secondo il nuovo Codice, a esprimere un parere sulla vendita vengano improvvisamente sommerse di lavoro. La mole si annuncia considerevole. Secondo una prima proiezione del Demanio, i beni immobili interessati dalla privatizzazione potrebbero essere 15.000 in tre anni. Il Demanio ha messo a punto on line una scheda per fornire tutte le indicazioni tecniche per completare l'istruttoria. Le schede poi verranno inviate alle singole soprintendenze che dovranno motivare un parere sulla cessione ai privati. Dopo quattro mesi scatterà il famoso «silenzio-assenso»: una mancata risposta equivarrà a un sì. Risponde però il direttore generale Cecchi: «Le norme, incluso il nuovo Codice, stabiliscono che il patrimonio pubblico non sia alienabile fino a che non ne sia stato accertato l'interesse culturale. Con il regolamento firmato il 6 febbraio scorso dalla nostra direzione generale e dal Demanio, siamo riusciti a evitare il temuto sovraffaticamento delle soprintendenze e della conseguente spada di Damocle del silenzio-assenso. Gli uffici riceveranno in partenza elenchi di beni descritti minuziosamente. Il loro numero sarà certamente compatibile con le forze di ogni soprintendenza». E proprio la soprintendenza potrà opporsi o subordinare la cessione a vincoli di destinazione d'uso o di pubblica fruibilità. Precisa Cecchi: «Solo nel caso in cui non si riscontri alcun interesse culturale il bene potrà essere liberamente venduto». Da tempo il ministro Giuliane Urbani sostiene che i beni demaniali italiani rappresentano un peso «da Paese socialista» e che mai nessun pezzo rilevante del nostro patrimonio verrà svenduto ai privati. Ma associazioni culturali e ambientalisti continuano a temere il peggio, cioè una dismissione selvaggia. La prova generale di oggi potrà essere utile per capire nel concreto che cosa potrà accadere. Proprio ieri la sezione romana di Italia Nostra e il gruppo dei Romanisti hanno proposto: invece di alienare edifici storici «per esigenze di cassa», perché non trasformarli in musei? Le due associazioni citano due edifici romani che, secondo voci ricorrenti, potrebbero essere messi in vendita: il Poligrafico e Zecca dello Stato in piazza Verdi, O palazzo del Servizio geologico nazionale in largo di Santa Susanna. Ma, mentre si parla di privatizzazione, si scopre che il ministero continua a esercitare il diritto di prelazione acquistando immobili culturalmente rilevanti. Dieci gli episodi di quest'anno. A Bassano Romano, in provincia di Viterbo, è stata acquistato per due milioni e mezzo di euro palazzo Giustiniani Odescalchi con la vicina Rocca, splendido esempio di villa extraurbana rinascimentale che diventerà museo e sede di attività istituzionali del Senato. A Perugia la villa del Colle del Cardinale è stata completata con l'acquisizione dei terreni tutelando il paesaggio. A Firenze è diventato pubblico l'Oratorio di Santa Maria delle Querce, ad Arezzo l'ex caserma Piave diverrà un museo. Le regole LA DISCIPLINA II nuovo codice stabilisce che i beni culturali appartenenti al demanio dello Stato non possano essere alienati se non dopo aver sollecitato il parere vincolante delle Soprintendenze. Dopo 4 mesi scatta il «silenzio assenso» LE CONDIZIONI Il codice disciplina le condizioni per la vendita degli altri beni pubblici, demaniali e non demaniali. In entrambi i casi è prevista l'autorizzazione del ministero che, per i beni demaniali, può essere rilasciata soltanto se dalla vendita non derivi danno alla loro conservazione e non venga limitata la loro fruizione pubblica.