La storia del locale e il rito del caffè sul marciapiedi Quelle strisce bianche e rosse, avvolte e riavvolte, come cappi alla gola dell'immagine di Napoli, sulle strutture di ferro dei gazebo del «Gambrinus », gridano vendetta: non ci avventuriamo nel merito della vicenda, che deve seguire il suo iter, ma è giusto dire che c'è modo e modo per segnalare che una struttura viene sottoposta a sequestro. Soprattutto quando si interviene su un bar simbolo, come il «Greco » di via Condotti, il «Florian» di Venezia, «Le Giubbe rosse» di Firenze e il «Pedrocchi» di Padova. Trattandosi di una location storica e conosciuta in tutto il mondo, vogliamo dire, sarebbe stato sufficiente, ad esempio, togliere i tavolini e le sedie. Una esecuzione indolore, insomma, ma la città, come ha detto il consigliere regionale Diodato, «ha smarrito il senso della misura». Quello scelto dagli uomini del comandante Sementa che hanno eseguito il raid (si fa per dire), infatti, è il modo peggiore: privo di stile e di rispetto per il lavoro che in quel luogo si celebra. Una sorta di rito dell'accoglienza e del piacere che, tra l'altro, contribuisce a tenere alto il buon nome di Napoli. Dal 1860, pochi giorni dopo l'arrivo di Garibaldi, fino ai giorni nostri, tranne qualche interruzione: la più lunga quella decretata, nel '38, dalle autorità di polizia perchè il locale fu bollato come covo di antifascisti. Che preparavano la rivoluzione gustando un sorbetto o una granita con panna. Apprendendo la notizia dai telegiornali e dall'Ansa, il Presidente Giorgio Napolitano sarà rimasto di sale - l'ultimo caffè al Gambrinus lo aveva sorbito a Capodanno insieme alla signora Clio - e la stessa reazione avranno avuta i suoi predecessori Ciampi, Cossiga e Scalfaro. Per i presidenti della Repubblica la sosta al «Gambrinus», infatti, è irrinunciabile almeno per due motivi: innanzitutto per la bontà della sfogliatella riccia esaltata dall'aroma della tazzulella 'e cafè, ma anche per ricevere l'abbraccio della città. L'appuntamento è tacitamente condiviso: i cittadini e gli stranieri, informati dell'arrivo dell'uomo del Quirinale, vanno al «Gambrinus», stringono la mano del Presidente che non si sottrae mai, e se ne tornano a casa in qualche modo appagati, soprattutto i forestieri perchè il «Gambrinus » è uno delle ultime «cartoline » di Napoli, insieme al lungomare, alla pizza e a San Gregorio Armeno, riconosciute anche oltre i confini della città strapazzata e irriconoscibile. Ieri mattina i pochi turistiin giro per il centro storico sono rimasti di stucco. «Ma che roba è questa», ha esclamato, rivolta al marito, una signora di Padova. I napoletani, che a queste «robe» hanno fatto il calo, invece, hanno velocemente ingoiato il rospo ed hanno metabolizzato l'immagine dell'ennesimo cantiere della città in dissesto. Senza fare soverchia attenzione al fatto che il «Gambrinus» è un pezzo di storia vera della cultura e del costume della città. I più anziani possono testimoniare: in quell'angolo Gabriele D'Annunzio scrisse «'A vucchella», una delle più belle melodie napoletane; nel salotto affrescato da artisti celebri della scuola Irolli, Casciaro, Pratella, Migliaro, Scoppetta - Ferdinando Russo, che frequentava il locale insieme a Salvatore Di Giacomo, scolpiva le macchiette che Nicola Maldacea recitava al «Salone Margherita». Un ritrovo alla moda ma anche una «galleria d'arte» frequentata anche dai giornalisti che lavoravano al «Mattino» che aveva la sede nell'Angiporto della Galleria. Tra i più assidui Edoardo Scarfoglio, Saverio Procida e Francesco Bufi che tiravano l'alba ascoltando musica e facendo sano pettegolezzo. Ad uno di quei tavoli oggi messi al bando, tra l'altro, si consumò la chiusura di «Omnibus », il rotocalco di Leo Longanesi, e nell'ultimo numero Alberto Savinio fece appena in tempo a firmare un articolo per denunciare il sopruso di un'altra storica chiusura del «Gambrinus» decisa, così raccontarono le gazzette dell'epoca, per consentire alla consorte del Prefetto, che soffriva d'insonnia, di non essere infastidita dalla musica. Una bella storia, densa di contenuti e di colore. Il «Gambrinus» venne inaugurato il 3 novembre in un tripudio di luce per l'artrivo dell'elettricità. Vincenzo Apuzzo, il primo gestore, dovette ben presto passare la mano a don Mariano Valle proprietario del «Caffè Euriopa » all'angolo di via Chiaia. Seguirono altre vicissitudini e si deve al mecenatismo del Banco di Napoli se si riuscì a salvare la quadreria. Il locale, infatti, era anche una sorta di salotto buono; ai tavoli s'incontravano Roberto Bracco, Achille Torelli, Enrico De Nicola, Giovanni Porzio, Libero Bovio e Ernesto Murolo. Un «caffè letterario» di grabnde tono e gli ultimi gestori, i fratelli Antonio e Arturo Sergio, si sono sforzati, riuscendovi, di essere in linea con la storia del locale ereditato, negli anni '70, dal loro genitore, Michele 'o ragioniere.
NAPOLI A quei tavolini artisti, letterati e capi di Stato
Il Gambrinus, un locale storico a Napoli, è stato oggetto di un raid e i tavolini e le sedie sono stati rimossi. La decisione è stata considerata inopportuna e disrispettosa per la struttura, che è un simbolo della cultura e del costume della città. Il locale è stato inaugurato nel 1901 e ha ospitato molti personaggi famosi, tra cui Gabriele D'Annunzio e Salvatore Di Giacomo. Il Gambrinus è stato anche un luogo di incontro per gli intellettuali e gli artisti napoletani. La decisione di rimuovere i tavolini e le sedie è stata vista come un atto di vandalismo e ha causato grande sorpresa e delusione tra i turisti e i napoletani.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo