Il gusto Da anni veniamo afflitti da classifiche che indicano senza alcuna possibilità di replica chi sono gli uomini più importanti del pianeta, le donne più belle del cinema, i ristoranti più costosi della città o le città che garantiscono maggior benessere agli abitanti. Anche l'architettura (e fra poco anche la giustizia, gli ospedali, i cimiteri) è entrata da qualche tempo in questa sorta di gioco mediatico che incuriosisce i lettori e alletta i giornali. Nei confronti dell'architettura però è più difficile esprimere un giudizio corretto, soprattutto perché esso va contenuto nei ristetti margini di classificazioni brevi, emotive, non fondate su analisi accurate. Ne consegue che il giudizio, per non apparire grossolano, è spesso manifestamente di parte, settoriale o ideologico. Se avessero chiesto qualche anno fa diciamo negli anni '70 di redigere la classifica del peggio di Napoli in ambito urbanistico o architettonico, molti intellettuali impegnati si sarebbero scagliati fieramente contro la nascente Tangenziale, considerata dall'élite culturale partenopea dell'epoca uno scandalo, un attentato alla città. Quello scandalo oggi consente ai napoletani di muoversi all'interno del territorio con maggior facilità. Se ci spostassimo ancora più indietro nel tempo e avessimo chiesto negli anni '50 ad un intellettuale (magari di sinistra) di elencare le peggiori opere di architettura partenopea costruite di recente, l'esperto ci avrebbe raccontato che l'architettura fascista realizzata qualche anno prima (ad esempio il Palazzo delle Poste di piazza Matteotti) sicuramente sarebbe dovuta entrare tra gli esempi più disdicevoli. Il gusto comune cambia, le ideologie si stemperano e quello che un tempo era inaccettabile oggi diviene una meraviglia. L'architettura più invecchia e più viene apprezzata: molta immondizia costruita nel Settecento oggi è addirittura vincolata e protetta. Quel che dispiace è che, inversamente, ci hanno spesso propinato roba pessima come il meglio dell'urbanistica o dell'architettura del momento: il Centro Direzionale progettato da Kenzo Tange, ad esempio, o le Vele di Scampia, prima grande progetto innovativo, poi mostro da demolire, infine manufatto incompreso da rimpiangere. Difficile dunque aderire o dissentire dalle classifiche. In questo momento storico in cui la città sembra congelata e priva di futuro, l'opera peggiore, in assoluto, è l'opera non realizzata: l'assenza di opere.