VICO DICEVA che la storia è fatta di corsi e ricorsi storici, dopo aver letto il decreto di Giuseppe Garibaldi, viene da pensare il contrario. La storia, dalle nostre parti; è costituita da eventi che non si ripetono per il semplice fatto che mai cambiano veramente. Niente di nuovo sotto il sole di Pompei e dintorni. Quando Garibaldi scrive: «Visto che gli scavi di Pompei sono miseramente abbandonati da più mesi, con danno del mondo studioso e delle popolazioni circostanti», sembrano parole uscite da un fax ministeriale di oggi e non allarmi del 1860. Ci sarebbe da ridere, se non fosse una tragedia archeologica che ci rende ridicoli agli occhi dei mondo. Lo sporco è ancora lì, tra affreschi e pietre, tra giardini e strade basolate. Nessuno lo hai mai realmente rimosso, fanno ormai parte della storia pompeiana. La rivoluzione italiana di cui parla Garibaldi nel testo è rimasta irrisolta, incastrata tra le più famose macerie dellumanità. Questo documento è imbarazzante, perché ricalca lincapacità, a questo punto insopportabile, di tenere degnamente in vita un patrimonio di inestimabile valore. Dovrebbe far arrossire quanti avevano e hanno il compito di tutelarlo. Una condizione a dir poco grottesca, ci vorrebbe una battuta di Groucho Marx per demolire linettitudine di amministrazioni incapaci di una gestione degna. O ancora vogliamo tirare in ballo i Borboni e gli Spagnoli per giustificare linerzia colpevole nella quale ci lasciamo stupidamente morire? Pompei è diventata, suo malgrado, il termometro della mancanza di dignità della nostra regione, la temperatura continua a rimanere allarmante, la malattia permane, non va via, anzi sembra sprofondare a livelli forse mai raggiunti nemmeno prima dellunità dItalia. Le invocazioni fanno capolino periodicamente sullo stato di squallido abbandono di Pompei, si avverte per un breve periodo un sussulto, si prova a fare qualcosa, rabberciando decreti, ingiunzioni, riaffermazione dello status civile e legale fuori e dentro gli Scavi, prima di ripiombare nel coma-letargico. Ecome se improvvisamente mancasse la forza, non si riesce a mandare avanti un progetto serio, ci si affida alla casualità, al vivere senza avere e dare troppi fastidi. Il decreto di Garibaldi, oggi, è una risata in faccia a quanti lo hanno succeduto, senza saper far meglio. Possibile che a tanta distanza di tempo, siamo ancora qui a lamentarci delle condizioni fisiche di Pompei? Francamente, si è arrivati alla farsa, lo spettacolo però è indecente, se potessero gli abitanti della Pompei antica chiederebbero asilo politico al Giappone, pur di liberarsi dal cumulo di indecenza che da secoli li soffoca. La storia, purtroppo, arrivata in Campania, pare colpita da distrofia muscolare, crolla su di sé, nulla è capace di farla seriamente uscire dal suo torpore. Sarebbe interessante stampare migliaia di volantini del decreto e distribuirli, tradotti nelle varie lingue, ai visitatori di Pompei. Un modo come un altro, quando cè un temporale o il solleone, di conoscere anche il lato comico della lunga storia della città vesuviana, che forse non è mai diventata antica come si crede, ma si prolunga oltre le mura. Per una soluzione definitiva, probabilmente sarebbe il caso di chiedere agli scheletri del 79 d.C. o, per competenza, a Garibaldi stesso. Ma, riflettendoci, non ce nè bisogno, in fondo detterebbe di nuovo le identiche parole del decreto.