VENEZIA «Se Roma capitale ha una legge ad hoc, non si capisce perché non la debba avere Venezia». Pur da sponde diverse, Cesare De Piccoli e Cesare Campa partono da qui per ragionare sul futuro della legge speciale per Venezia, proprio nei giorni in cui è forte la polemica sull'emendamento che consentirà alla capitale di derogare al patto di stabilità per costruire la metropolitana. Entrambi, uno allora deputato dell'Ulivo, l'altro consigliere regionale di Forza Italia, furono parte attiva di quel dibattito che nel 1997 partorì un progetto di revisione della legge speciale a cui oggi a 12 anni di distanza e con il Mose ormai a metà fa riferimento il sindaco Massimo Cacciari. Ma cosa si diceva allora? Per ricordarlo bisogna chiamare in causa un'altra memoria storica della salvaguardia di Venezia: Armando Danella. «Da un lato bisognava riformare l'architettura istituzionale: un testo unico che inglobasse le leggi esistenti più un regolamento per non dover tornare ogni volta in Parlamento; più poteri agli enti locali; un ufficio di piano per la gestione tecnica delle decisioni del Comitatone», spiega l'ex dirigente dell'ufficio Legge speciale. Dall'altro però il progetto entrava anche nel merito. «Si era ipotizzato di fare una valutazione strategica di tutti gli interventi in laguna e in città, raccogliendo le varie istanze, comprese quelle della Curia e di enti minori che oggi restano "a bocca asciutta" continua Danella poi su quel piano condiviso bisognava garantire finanziamenti complessivi, obbiettivi precisi e una scadenza finale». Allora si era ipotizzata una spesa di 20 mila miliardi di lire in 15 anni per il progetto integrato rii, la lotta al moto ondoso con la riconversione di carene e motori, le opere alle bocche di porto (non il Mose, il cui via libera definitivo sarebbe arrivato nel 2003), le bonifiche, la rivitalizzazione socioeconomica e così via. «I contributi per la casa c'erano, circa un terzo del totale ricorda ancora l'ex dirigente di Ca' Farsetti ma con l'obbiettivo di riportare la popolazione del centro storico a 100 mila abitanti. I Lloyd's di Londra erano pronti a fare un'assicurazione sulle acque alte, ma chiedevano interventi certi». Una volta «sistemata la città» per via straordinaria, si sarebbe tornati alla gestione ordinaria. Un'idea su cui però oggi De Piccoli non è totalmente d'accordo. «Per certe cose si può fare, penso alle bonifiche o alle infrastrutture, ma Venezia è anche una "anziana signora" che avrà sempre bisogno di cure, più costose che nelle altre città spiega Bisogna individuare in maniera chirurgica la "specialità" veneziana e poi avere finanziamenti certi: non può essere che il sindaco ogni volta vada a Roma con il piattino a chiedere la carità». I «chirurghi », secondo De Piccoli, sarebbero un gruppo di lavoro che prepari i materiali su cui costruire la legge. «Però il Comune non deve più spendere i soldi come vuole, come è successo in questi anni si infervora Campa Per dare i soldi a pioggia e accontentare tutti è capitato di non spendere nemmeno tutto e poi da un decennio non si mandano in Parlamento i rendiconti. Tra questo e chi dice che l'acqua alta non è un problema, perché Roma dovrebbe dare i soldi a Venezia?». Lo Stato invece deve continuare ad aiutare Venezia. «La specificità, l'unicità è data dall'acqua, che è anche il suo pericolo conclude Campa per questo non capisco chi dice che il Mose ha tolto soldi alla città: proteggendola, la salverà».