Rispetto all'edizione parigina che ha tenuto banco per oltre cinque mesi al Muséé du Luxembourg, la mostra botticelliana che è approdata in questi giorni a Palazzo Strozzi non è soltanto più ampia, ma appare sostanzialmente cambiata di segno. Non è più un'esposizione monografica, un omaggio dedicato ad uno dei protagonisti più popolari ed amati dell'arte di ogni epoca e latitudine, ma si è trasformata in un dittico, acquisendo in tal modo nuovi meriti sia sotto il profilo dell'interesse per gli addetti ai lavori, sia dell'attrattiva che può esercitare sul pubblico italiano, che a differenza da quello francese ha forse fin troppa dimestichezza con l'autore della Primavera e della Nascitadi Venere (Botticelli e Filippino. L'inquietudine e la grazia nella pittura fioren fina del '400, a cura di D.Arasse P. De Vecchi e J. Katz Nelson, aperta fino all' 11 luglio). Alle ventinove opere di Bottìcelli questa esposizione fiorentina affianca, pertanto, quasi altrettanti dipinti e disegni di Filippino Lippi, di cui ricorre, peraltro, il quinto centenario della morte. Non più dunque una semplice carrellata, sia pure prestigiosa, su un grandissimo artista, ma un serrato confronto tra due pittori, oggi diversi per fama, ma la cui vita e carriera furono singolarmente intrecciate. Sandro Botticelli nacque infatti a Firenze nel 1445 e fu allievo di fra Filippo Lippi, il padre di Filippino, mentre quest'ultimo, a sua volta, avendo compiuto un lungo apprendistato nella bottega di Sandro, assimilò così bene la sua maniera da esser bollato da Berenson, ingiustamente, come un «volgarizzatore» delle formule botticelliane. Nato nel 1457 dallascandalo-sa unione tra fra Filippo e una suora, Filippino, in realtà, ebbe il tempo di far da garzone al padre sulle impalcature della sua ultima opera, gli affreschi nell'abside del duomo di Spoleto. Poi, morto fra Filippo nel '69, passò un breve periodo di alunnato presso un collaboratore del padre fra Diam ante, per approdare, intorno al '72, nella bottega di Botticelli, compiervi un tirocinio determinante, ed infine rendersi autonomo, aprendo a sua volta una fiorente bottega. A dispetto del pregiudizio nutrito da Berenson nei suoi confronti e del fatto che oggi sia tanto meno famoso del maestro, Filippino fu anch'egli dotato di una personalità artistica di grande rilievo, tanto che in vita riuscì ad insidiare la fama di Botticelli, divenendo agli occhi dei contemporanei un suo degno concorrente e rivale. Di qui l'interesse di questa edizione fiorentina della mostra, che oltre a confermare il fascino intramontabile di un celeberrimo protagonista del Rinascimento, ne propone per la prima volta al grande pubblico un altro, quasi sconosciuto ma non meno affascinante. Nel presentare qualche giorno fa la grande mostra del Perugino che si tiene in questi giorni in Umbria, ho citato un documento che risale al 1492 o al 1493, in cui un anonimo corrispondente del duca di Milano Ludovico il Moro illustra la situazione della pittura a Firenze, indicando quali fossero i quattro maestri più in vista del momento. Eccone il testo: «Sandro di Botticello, pittore excellentissimo in tavola et in muro; le cose sue hanno aria virile et sono cuna optima ragione et integra proportione. Philippino di Frati Philippo optimo, discipulo del sopra dicto... le sue cose hanno aria più dolce. Non credo habiano tanta arte. El Perusino, maestro singulare, et maxime in muro; le sue cose hanno aria angelica e molto dolce. Domenico de Grilandaio, bon maestro in tavola, et più in muro; le cose sue hanno bona aria, et èhomo expeditivo, et che conduce assai lavoro...». Come si vede, a Botticelli è riservato un aggettivo, «excellentissimo», che stabilisce un solido primato gerarchico anche nei confronti di quel Perugino che è gratificato con il titolo di «maestro singulare» e di cui sono magnificate le già apprezzatissime arie «angeliche»; per non dire del Ghirlandaio, per il quale l'aggettivo «bono» risulta, nel contesto, esplicitamente limitativo, e di cui è esaltata soprattutto la conclamata velocità nell'eseguire il proprio lavoro. Su Filippino, invece, il giudizio è venato di dubbio, tanto che appare legittimo interrogarsi sul significato della frase «non credo habiano tanta arte», che a mio parere va messa in relazione con quella che elogia le opere di Botticelli, esaltandone 1' «optima ragione et integra proportione». Mi sbaglierò, ma credo che questo giudizio, sebbene ingiustamente limitativo nei confronti diFilippino, colga una differenza non secondaria tra 1 ' approccio di Botticelli e quello del suo allievo. Mi riferisco al fatto che le opere di Sandro esibiscono una costruzione prospettica più salda e spesso più virtuosisticamente elaborata di quelle di Filippino, così come risulta più organicamente strutturata la loro composizione. Quanto alle sue figure, che siano isolate o che formino gruppi, sono sempre strettamente correlate alle architetture che le incorniciano. Filippino è invece più estemporaneo e disorganico, perché i suoi punti di forza sono altri: egli ama sorprendere la realtà in flagrante, fissando l'attimo fuggente. Di qui, ad esempio, la vivida incisività psicologica dei suoi ritratti: si veda, ad esempio, quello straordinario capolavoro in mostra che è il Musico di Dublino, con il giovane effigiato che è colto in un attimo di assorta distrazione, mentre accorda, pensieroso, il suo strumento. Filippino, inoltre, ha appreso dai fiamminghi la capacità di mettere a fuoco i dettagli più infinitesimali ed il gusto per la varietà degli sfondi paesistici, nella cui luminosa atmosfera immergere le figure. Una qualità, quest'ultima, che lo differenzia marcatamente dal maestro, cui Leonardo, com'è noto, rimproverava l'indifferenza per il paesaggio. Rispetto a Leonardo, che abolisce la linea di contorno per meglio fondere la figura nello spazio che l'avvolge, Botticelli non solo mantiene il contorno, ma ne modula il ductus ed il ritmo, affidando al suo moto melodioso, ora rallentato e studiosamente involuto, ora accelerato e intensificato, il compito di esprimere la variabile atmosfera delle sue composizioni: sognante e soffusa di una dolce malinconia, nelle Madonne o nelle celebri allegorie medicee, dramma tica e intensamente patetica quando affronta temi tragici. Sarà proprio questa qualità «gotica» del linearismo di Botticelli ad influenzare profondamente lo stile di un grande protagonista del Manierismo toscano, il Pontormo. Anche Filippino eredita il grafismo lineare e «gotico» del maestro, ma diversamente da lui non si limita ad affidare al turbinio dei panneggi o alle chiome scarmigliate l'accentuazione patetica di una scena, ma comunica il dramma anche ai gesti e alla mimica facciale delle sue figure. Botticelli, invece, persino dopo la morte del Magnifico, quando la stagione umanistica da lui favorita tramonta drammaticamente, pur rimanendo coinvolto nell'ardente clima millenaristico e devozionale fatto divampare dalla predicazione del Savonarola, resterà fedele ad un ideale classico di dominio delle emozioni, che rende i volti delle sue leggiadre creature sostanzialmente quieti e imperturbati, solo più o meno imbronciati e soffusi di mestizia.