Carissimo dr. Lubrano, ho sentito con piacere quello che lei ha raccontato venerdì scorso in televisione a «Insieme sul Due» a proposito degli imbrattamuri. Il fatto che nell'arco di un anno siano stati denunciati a Milano ben 42 graffitari colti in flagranza di reato, mi conforta come cittadino. Vuol dire che le autorità di polizia sono vigili e difendono il decoro delle nostre città e anche le nostre tasche, perché alla fine i danni di quegli sgorbi li paghiamo noi contribuenti. Io faccio il fioraio ed ho amore per il bello, per i colori, per l'armonia in generale, cosa che qui - l'armonia voglio dire - ce la siamo persa da un pezzo. Per troppo tempo i cumuli di immondizia hanno fatto parte del paesaggio e perciò qualche sgorbio in più sulle facciate delle case non fa l'impressione che invece dovrebbe fare. Questo per dire che, ovviamente, anche a Napoli ci sono i graffitari (non ci facciamo mancare niente, per la verità) e i danni sono evidenti. Ma io mi chiedo: non erano stati vietati tempo fa gli spray? Mi auguro che il nuovo assessore al decoro urbano eviti ogni indulgenza nei confronti dei «decoratori di muri». So bene che la città ha problemi in questo momento più gravi ma il rischio è, se lasciamo correre, che altri presunti artisti vogliano esibirsi sulle facciate dei palazzi ancora puliti o su quelle appena ripulite a spese nostre. Certe volte, dico la verità, uscendo di casa e guardandomi intorno ho spesso la sensazione di essere sporco come i muri. Salvatore G. Mozzo, Napoli La sua lettera, sig. Mozzo, ripropone un tema che ho già trattato qui altre volte e mi ha fatto tornare in mente una battuta pronunciata qualche anno fa a Bologna da Romano Prodi: «Quando vedo questa città piena di graffiti, piena di insulti, capisco che anche sotto questo aspetto il cittadino si senta indifeso». Bisogna dire che gli amministratori pubblici fanno quello che possono per contrastare l'offesa. Il Comune di Milano ha stanziato nel 2007 un milione di euro per restituire dignità alle facciate di ottocento case. In precedenza nel giro di tre anni (97-99) lo stesso Comune aveva speso dieci miliardi di lire per togliere dalle facciate di 250 edifici pubblici scritte e disegni vari. Successivamente la progressione è stata costante: nel 2004 furono bonificati 287 palazzi comunali e l'anno dopo 321. Infine nel 2005 l'operazione ha coinvolto quasi quattrocento edifici privati. Evidentemente non è bastato se qualche notte fa una volante ne ha beccati due che firmavano e fotografavano le loro «opere». A Roma per il medesimo scopo è stato speso in un anno un milione e mezzo di euro. Tutti soldi nostri. Non ho dati disponibili relativi a Napoli ma presumo che anche qui il Comune abbia impiegato fiori di euro per risanare tutto il possibile. Quando era ministro dei beni culturali, Giuliano Urbani annunciò un disegno di legge che dichiarava guerra ai writers. Prevedeva di inasprire le multe, regolamentare le vendite delle bombolette spray che sono l'arma di questi «creativi», persino di istituire squadre antigraffitari. Non se ne è saputo più nulla. Intendiamoci, c'è anche chi non la pensa come lei, sig. Mozzo, o come me. Vittorio Sgarbi quando era assessore alla cultura del Comune di Milano, sostenne che i graffiti del Centro sociale Leoncavallo sono da tutelare perché rappresentano, testuale, «la Cappella Sistina della contemporaneità». Secondo lui «sarebbe grave cancellare un segno peculiare della creatività di oggi». Suppongo che Sgarbi consideri i writer del Leoncavallo come gli epigoni del graffiti-art, il movimento sorto negli Stati Uniti negli Anni Ottanta che si esprimeva appunto con segni incomprensibili sui muri delle periferie urbane. E il problema che deve preoccuparci ha ancora una origine americana. A New York, infatti, nel 2006 un'ordinanza del sindaco Bloomberg vietava la vendita degli spray ai giovani dai 18 ai 21 anni ma una sentenza della Corte d'appello federale giudicò la disposizione del Comune addirittura anticostituzionale. I giudici americani parlarono di violazione del «diritto d'artista». Cioè togliere il pennello alias bomboletta spray ai giovani cultori dello sgorbio, significa soffocare la loro libertà d'espressione, la loro creatività. Speriamo che nessun giudice italiano voglia imitare i colleghi d'oltreoceano..