Quattrocentoquarantasei alberghi, pensioni, affittacamere e bed breakfast in una città il cui centro storico è ormai ridotto a sessantamila abitanti, dovrebbero bastare. O no? Macché: nonostante i giornali locali abbiano denunciato pochi giorni fa che la crisi economica si fa sentire e sono partiti i primi licenziamenti e diversi hotel sono stati messi in vendita, il «sacco turistico» di Venezia continua. Fra poche settimane, per esempio, il tribunale dovrebbe decidere della sorte del proprietario e del direttore dei lavori che hanno messo mano alla sventurata ristrutturazione di un antico palazzo di salizada del Fontego dei turchi, a Santa Croce, per farne lennesimo hotel. Le imputazioni, ha raccontato Gianluca Amadori sul Gazzettino, sono diverse. Tra cui la violazione di una serie di prescrizioni, la creazione di un sacco di bagni, il frazionamento di un salone e soprattutto la demolizione di unantica scala di marmo. Opere non autorizzate, anzi: il palazzo era tutelato da un vincolo della Soprintendenza ai beni artistici e architettonici. Una vergogna. Tanto più che quel palazzo sventrato, per aggiungere una nuova casella allinterminabile elenco di camere sulle guide turistiche, era di Marin Sanudo. Cioè del più importante cronista della storia veneziana. Luomo che a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento scrisse 58 volumi dei Diari e tre libri sulle Vite dei Dogi e il De origine e la cronaca della Discesa di Carlo VIII e uninfinità di altre opere per lequivalente attuale di circa 15o mila pagine. Era un cronista formidabile, il Sanudo. Ossessionato dallincubo di lasciarsi sfuggire una notizia. Accanto a una macchia di cera lasciata dalla candela su un manoscritto, annotò stanchissimo: «Ancuo xè la note de Nadal Venezia del 1522 e mi son ancora qua che scrivo». Come spiegò lo storico Gino Benzoni: «se indaghi sulle dinamiche dei prezzi devi leggere il Sanudo, le variazioni climatiche devi leggere il Sanudo, la condizione delle donne devi leggere il Sanudo...». Il minimo che potesse fare la sua città, dopo avergli negato in vita lincarico cui più teneva, quello di storiografo pubblico della Repubblica Serenissima, era rispettare la casa nella quale aveva vissuto. Tanto più che, come racconta indignata Angela Caracciolo Aricò, che forse meglio di tutti ha coltivato la memoria del cronista e ha curato la riedizione delle sue opere, quel palazzo umiliato da una ristrutturazione indecente, «ospitò la splendida biblioteca dì Marìn Sanudo il giovane ricca di ben 65oo libri tra codici manoscritti e miniati, incunaboli e libri a stampa». Grazie a un prezioso documento recuperato, spiega la professoressa, «si può ricostruire lesatta consistenza e financo la disposizione della libreria sanudiana, gli spazi precisi dove ogni libro aveva la sua collocazione: i libri a stampa a pianoterra, i manoscritti al piano nobile, nel salone centrale, come in una quadreria, erano esposti dipinti, incisioni, i costumi degli Indios, conoscenze recenti acquisite con la scoperta del Nuovo Mondo; i libri più cari, i suoi autografi, erano gelosamente custoditi nel luogo più riposto della casa, la camera da letto...» Solo un anno e mezzo fa, sullaltare di un nuovo albergo, era stato sacrificato lultimo asilo del centro storico della città serenissima. Adesso il palazzo del Sanudo.