Sotto l'intonaco affreschi del Duecento Uno spazio sacro luminoso, popolato di Madonne, Santi, Patriarchi, Profeti, di scene di supplizi infernali e delle tentazioni nel Paradiso terrestre. A conclusione dell'importante campagna di restauro, durata circa un anno e mezzo, la chiesa di San Michele al Pozzo Bianco in via Porta Dipinta in Città Alta è un ambiente completamente diverso da come si è sempre stati abituati a vederlo. Se ne renderanno subito conto fedeli e visitatori che il 19 marzo - alle 20 - parteciperanno alla manifestazione - che è organizzata dalla Soprintendenza per i beni architettonici e per il paesaggio di Milano, dalla Curia vescovile e dalla parrocchia di Sant'Andrea - per festeggiare la chiusura del cantiere. Nell'occasione non solo la Soprintendenza illustrerà le varie fasi ed i risultati dell'intervento, ma si terrà anche un prestigioso concerto con l'Ensemble archi della Scala. Il soprano Cecilia Gasdia e il violino di Francesco Manara faranno risuonare nella navata della chiesa «ritrovata» le musiche del bergamasco Pietro Antonio Locatelli e le melodie di Stradella, Haendel, Vivaldi e Gounod. Finanziato dal ministero per i Beni e le Attività culturali - per un totale di circa 250 mila euro - diretto dalla Soprintendenza per i beni architettonici e per il paesaggio di Milano e condotto da Luigi Reina e Michele Barbaduomo del laboratorio San Gregorio di Busto Arsizio, il restauro della chiesa di San Michele al Pozzo Bianco non solo ha rivelato la presenza di affreschi antichi, risalenti alla metà del '200 o addirittura al XII secolo, ma ha anche riportato alla luce gli intonaci rinascimentali che hanno restituito alla navata un'atmosfera chiara e luminosa. Che la chiesa dedicata all'Arcangelo Michele potesse riservare straordinarie sorprese, lo aveva già intuito, fin dal 1999, il parroco don Tarcisio Tironi. In occasione della rimozione dalla controfacciata dei dipinti del Cifrondi, infatti, aveva incaricato il restauratore Lorenzo Pirovano di eseguire alcune verifiche che, in breve, avevano svelato la presenza di un volto dipinto. Volto che solo in seguito si è rivelato essere quello del Bambino traghettato da un gigantesco San Cristoforo, alto circa 8 metri. Ma è solo nell'estate del 2002 che l'architetto Giuseppe Napoleone della Soprintendenza per i beni architettonici - in occasione dei restauri della cappella affrescata da Lorenzo Lotto - intuendo l'importanza dei dipinti celati sotto le pareti della chiesa, da il via ad approfondite indagini stratigrafiche e successivamente al cantiere che ha riportato alla luce quegli antichissimi «brani pittorici». Opere che, come precisa Carla di Francesco, soprintendente regionale per i Beni e le Attività culturali, «per la loro eccezionale collocazione cronologica promettono già di diventare un tassello insostituibile della storia dell'arte romanica in Lombardia». Ma le sorprese non si fermano alla pittura: «Un'approfondita campagna di indagini di cantiere e di laboratorio - spiega l'architetto Giuseppe Napoleone, progettista e direttore dei lavori - ha rivelato che, sotto le pesanti tinteggiature degli anni '30 e '40 e sotto vaste porzioni di malte cementizie, si nascondevano non solo preziosi affreschi, tra i più antichi esistenti in Lombardia, ma anche i luminosi intonaci rinascimentali». Gli intonaci, riaffiorando, hanno così riportato nuova luce nella chiesa che ci aveva abituato ai colori scuri delle tinteggiature novecentesche e al finto bugnato dipinto sugli arconi. «I colori ritrovati degli intonaci rinascimentali - aggiunge Giuseppe Napoleone - oltre ad aver restituito grande luminosità alla navata, incorniciano correttamente, sotto il profilo cromatico, gli affreschi del Lotto che certamente aveva dipinto quando la chiesa aveva tonalità chiarissime». Affreschi e intonaci, dunque, ma anche tasselli importanti per la ricostruzione delle vicende storico-artistiche della chiesa. «Nell'intervento -spiega il direttore dei lavori - si è anche riscoperta la controfacciata della chiesa romanica, o meglio, sono emerse due controfacciate sfalsate di circa 15 centimetri». Si tratta di un complesso di elementi nuovi e inaspettati che il restauro consegna ora al vaglio degli studiosi per una valutazione da un punto di vista storico oltre che artistico. «Non solo i dipinti riportati alla luce - sottolinea Emanuela Daffra della Sorpintendenza per il patrimonio storico e artistico - sono in assoluto tra le testimonianze più antiche della pittura finora conosciuta a Bergamo, che a questo punto andrà riletta tenendo conto di questi nuovi elementi, ma, se studiati incrociandoli con i dati archivistici dell'edificio, potrebbero condurre alla definizione delle diverse fasi costruttive e di vita della chiesa. Ora infatti, entrando, si ha una percezione visiva, così chiara da essere quasi didattica, dei diversi stadi attraverso i quali la chiesa è passata». Soddisfatto per l'esito dell'intervento anche il parroco don Tarcisio Tironi che formula un invito speciale: «Vorrei invitare tutte le coppie che qui si sono sposate. Vorrei invitarle ad ammirare la chiesa di San Michele al Pozzo Bianco, totalmente cambiata. Un invito che faccio soprattutto per il 25 e 26 aprile, in occasione della festa della Madonna del Buon Consiglio». ----------------------------------------- Testimonianza di arte romanica Sgarbi: pitture tra le più antiche del periodo. Un'impronta bizantineggiante II nuovo volto della chiesa di San Michele al Pozzo Bianco ha affascinato anche lo storico dell'arte Vittorio Sgarbi. «Una bellissima chiesa, poetica, e un luogo caro a chiunque si dedichi agli studi lotteschi», ha commentato durante la visita con il soprintendente per i Beni architettonici e per il paesaggio di Milano, Alberto Artidi: «Gli affreschi ritrovati lungo le pareti della navata, anche se non hanno importanza pari a quella della cappella della chiesa decorata da Loren-zo Lotto, costituiscono una scoperta significativa e si collocano tra le testimonianze più antiche della pittura romanica. Credo che di epoca così alta, della metà del '200, non ce ne siano rimaste molte. Mi spiace che ne rimanga una parte soltanto, soprattutto a seguito degli interventi effettuati sulla parete di fondo nel '900». Vittorio Sgarbi ha quindi precisato: «Importante, per quel che si capisce dell'iconografia, il frammento della figura di San Francesco. Invece la controfacciata ha uno sviluppo più organico: le tre fasce fanno intendere un'impresa che doveva essere notevole e i cui elementi iconografici, decorativi e architettonici sono, in parte, ancora visibili. La croce con i simboli della passione è decorazione successiva agli archi gotici: continua la trave del soffitto». Elementi iconografici che sono ora oggetto di studio da parte del medievalista Giovanni Valagussa, conservatore dell'Accademia Carrara. «La scoperta -sottolinea Giovanni Valagussa - conferma una continuità di decorazioni, una sorta di palinsesto in cui sono leggibili diverse fasi decorative che corrispondono a diverse fasi architettoniche. Fasi che si sono integrate e sovrapposte dal secolo dodicesimo alla fine del '400. La parte più grandiosa del ciclo di affreschi si sviluppa sulla controfacciata. Innanzitutto la rappresentazione del Paradiso sopra l'ingresso. Quattro registri sovrapposti: dall'alto verso il basso le figure sedute degli apostoli, le teorie di profeti e di santi (anche incoronati), infine la scena del peccato originale. Al centro c'era Cristo trionfante nel giorno del Giudizio universale. Questo ciclo pittorico può essere datato intorno alla metà del '200, perciò appartiene allo stesso momento culturale delle decorazioni del Battistero di Parma, che probabilmente risalgono al 1260, e di quelle, frammentarie, nel Palazzo della Ragione di Mantova datate 1250. Si riscontrano delle analogie con le testimonianze duecentesche già note in San Michele al Pozzo Bianco: i drappi indosso alle figure, con la stessa ansa del panneggio, lo stesso risvolto sulle ginocchia e le stesse pieghe a "v" una dentro l'altra. Un'iconografia tipicamente duecentesca, di cui restano rari esempi in Lombardia e che testimonia la presenza di una corrente bizantineggiante nella cultura lombarda medievale». Anche la controfacciata ha riservato non poche sorprese. «Sulla zona adiacente della controfacciata - prosegue Valagussa -affiorano frammenti di pittura ancora più antichi, che si possono datare all'inizio del dodicesimo secolo: resti di un fregio a greca, di animali simbolici (corvo, gazza, volpe) e di una grande figura, forse un apostolo, entro un'arcata architettonica. Sopra questo ciclo romanico venne aggiunta in un secondo tempo una scena dell'Inferno, di cui resta visibile una fila di dannati al centro della quale c'era Lucifero. L'affresco è andato perduto nel '900, in seguito alla realizzazione delle tre aperture del matro-neo. Infine fu aggiunto, sopra tutte le pitture duecentesche, un ciclo di affreschi quattrocenteschi: le storie della vita di un santo e il grande San Cri-stoforo, patrono dei viandanti, di solito collocato sulla parete esterna delle chiese». Quanto alle pareti laterali «tra gli affreschi - conclude Valagussa - il frammento di San Francesco che incontra a San Domenico è il più interessante: è databile intorno al 1240, perciò è una delle prime raffigurazioni del santo a distanza di pochi anni dalla sua morte (1226) e dalla sua canonizzazione (1228) e sembra eccezionalmente anticipare l'iconografia quattrocentesca dell'incontro con San Domenico».
L'Eco di Bergamo
14 Marzo 2004
✓ Entità verificate
BERGAMO L'eccezionale ritrovamento nella chiesa del Pozzo Bianco
BA
Barbara Mazzoleni
L'Eco di Bergamo
Artista / Persona
Bene culturale
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