REPERTI. Nel 1992 i veronesi protestarono per il contestato rifacimento dell'illuminazione pubblica e scoprirono che Oppeano conservava ciò che la città aveva perso Due fanali vennero comprati e messi davanti alla chiesa scampando a un «restauro» che rovinò quelli della città Se volete vedere i lampioni originali, stile Liberty, che si trovavano a Verona in Piazza delle Erbe e in Piazza dei Signori, dovete venire a Vallese di Oppeano. Proprio ai lati della facciata della chiesa parrocchiale di San Giacomo e Sant'Anna, da quasi vent'anni fanno bella mostra di se gli unici due lampioni superstiti dei 12 che vennero installati, all'inizio del Novecento, nelle piazze veronesi: otto in Piazza Erbe e quattro in Piazza dei Signori. Quelli che ci sono adesso in città sono dei «falsi originali», come titolò [FIRMA]L'Arena nell'agosto 1992, denunciando il restauro malfatto. Basta confrontare le brutte copie di città con gli originali, trasportati avventurosamente a Vallese: e per fortuna, bisogna dire oggi, così almeno sono rimasti a documentare l'accaduto. Avventurose davvero le circostanze di questa storia, che Donatello Bellomo ricostruì per L'Arena in una serie di articoli apparsi nel 1992. I fanali furono installati ai primi del Novecento. Quelli in piazza dei Signori vennero rimossi «nel 1934», ricostruì Bellomo, «quando si provvide a illuminare la piazza con luce indiretta». Ma fu citata un'altra testimonianza in merito, quella di Giovanni Zanderigo, ingegnere, per anni direttore generale dell'Agsm, l'ex azienda generale servizi municipalizzati (ora società per azioni) che ha sempre curato l'illuminazione pubblica. Secondo Zanderigo i lampioni di piazza dei Signori «furono rimossi in contemporanea all'ultimo rifacimento della pavimentazione», cioè nel 1990. Fatto sta che degli otto lampioni originariamente installati in piazza Erbe, nel 1992 ne erano rimasti sei. Ricostruì all'epoca Zanderigo: «Da otto diventarono sette quando l'amministrazione comunale decise di far passare il filobus in Corso Portoni Borsari. Il lampione fu sacrificato per consentire alla filovia di passare nella stretta curva. La disposizione, fino ad allora simmetrica, quattro lampioni per parte, è rimasta monca». Un altro lampione andò distrutto con l'arrivo degli Alleati in città, nel 1945 un carroarmato americano Sherman mentre faceva manovra, abbatté un secondo lampione in piazza Erbe: così da otto, rimasero solo sei. Nel 1992 l'amministrazione comunale di Veriona decise di restaurare i lampioni superstiti di piazza Erbe e, con l'occasione, di farne due copie per ripristinare quelli che erano andati perduti nel tempo. I lampioni superstiti vennero smontati e depositati nei magazzini dell'Agsm. Da qui presero la via di Forlì, dov'era stata incaricata del lavoro di restauro e di fusione delle due copie la fonderia di ghisa di Domenico Neri, fonderia di ghisa specializzata. Ma il ritorno dei lampioni «restaurati» provocò sconcerto in città. «L'effetto dell'intervento», scrisse L'Arena, «è tale da renderli diversi». Per evitare la periodica manutenzione e le riverniciatre, infatti, la fonderia adottò una tecnica radicale: sabbiatura della ghisa e due mani di di antiruggine all'ossido di zinco coperto da uno strato finale di ossido di ferro micaceo. Si creò così il cosiddetto effetto opale. Nella spiegazione popolare, i lampioni adesso «i par 'na caramela ciuciada». I rilievi del disegno Liberty sembrano smorzati come se fossero stati succhiati via o come se un dito di cera li coprisse. Per capire, basta fare il confronto con i due lampioni non ritoccati, rimasti a Vallese. Sui lampioni di Vallese i particolari, smorzati a Varona, saltano all'occhio: il bottone da cui si diparte il fiocco, per esempio. La raggiera è perfettamente visibile e se ne contano gli spicchi. Così sono perfettamente leggibili la corona d'alloro della base e la scanalatura del portalampade centrale. «Quei lampioni falsi originali», titolò L'Arena. I veronesi contestarono anche il colore grigio, usato peraltro anche con una mano di vernice anche sugli originali di Vallese: prima del «restauro» i lampioni erano verdi. Il fonditore, Domenico Neri, si difese dalle accuse, spiegando, per quanto riguarda il colore, che «la ghisa è grigia: né verde, né rossa, né gialla». Con l'intervento antruggine eseguito non c'è più bisogno di verniciatura, quindi il fonditore aveva deciso di lasciarli al naturale. Per quanto riguarda le critiche estetiche, il fonditore replicò che «mezza Italia si è rivolta alla nostra ditta e mai nessuno ha sollevato le pesanti critiche di Verona», dicendosi infine «davvero amareggiato». Caddero peraltro nel vuoto le proteste. Invano Giorgio Massignan, architetto, presidente di Italia Nostra e allora capogruppo dei Verdi in Consiglio comunale, gridò allo scandalo: «Sembrano fatti di plastica. Una marchiana falsificazione. Sembrano scenari per una rappresentazione in Arena». Giorgio Forti, altro architetto che in piazza Erbe avrebbe poi progettato i banchi attualmente in uso, definì i lampioni rinnovati «roba che potrebbe stare tutt'al più a Disneyland. Una manipolazione che ha cancelato i segni della storia». Sconcertato si dosse anche Renzo Chiarelli, già soprintendente: «Il concetto era quello di restaurarli, non di farne dei falsi: tutto quello che esuli da una scrupolosa ricostruzione delle parti mancanti e dalla riparazione di quelle lesionate non è accettabile». Fu allora, per fare il confronto tra le supertiti reliquie del passato e la nuova reltà virtuale, che L'Arena scoprì i lampioni originali scampati alle vicende del tempo. Quelli che anticamente si trovavano in piazza dei Signori, uguali a quelli di piazza delle Erbe. L'Arena ne rintracciò due su quattro, che si trovano appunto a Vallese di Oppeano. Dall'Agsm si seppe che la sezione dei Combattenti e reduci di Vallese li aveva comprati a suo tempo per farne dono all'allora parroco di Vallese, don Vittorio Turco. Il quale, esperto e amante delle cose antiche, provvide a dare una mano di colore grigio chiaro ai due pezzi storici e poi li pose sul sagrato della chiesa. Disse all'Arena l'ex direttore generale dell'Agsm, Giovanni Zanderigo: «Quando l'ho saputo, ho fatto il possibile per riacquistare i lampioni, nell'intento di ricollocarli in piazza Erbe. Ho proposto anche uno scambio con due fusi ex novo, sul modello originale. Ma l'Associazione combattenti e reduci di Vallese ha risposto picche». «I lampioni sono nostri e restano qui», risposero dalla parrocchia. Ancor oggi a Vallese si dice con orgoglio, anche se sbagliando piazza di Verona: «Gli ultimi due lampioni della Bra sono qui». Però, se la città ci tiene e se i conti sono giusti, altri due lampioni originali dovrebbero essere finiti da qualche parte. Verona li vorrebbe ancora riavere, magari per metterli in piazza delle Erbe e fare il confronto con i «falsi originali»? Per la collaborazione prestata alla realizzazione di questo inserto si ringraziano Giuliano Boaretto, Renato Molinari, Luca Faustini, Elena Quinto, Giovanni Modena, Maurizio Battaglia, Pierluigi Giaretta, Gabriella Scacco e Gianfranco Quinto. Foto:
L'Arena
13 Gennaio 2009
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VERONA - Così Vallese ha salvato i lampioni di Piazza Erbe
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