Leggo divertito e depresso l'articolo di Salvatore Settis (Domenica, 4 gennaio, pag 25). Man mano che le parole scorrono sotto i miei occhi mi sento sempre più protagonista di questa rappresentazione tragicomica e tipicamente italiana. Reduce da un dicembre 2008 all'insegna dei concorsi (tre in due settimane, tra cui quello citato dall'autore dell'articolo, dei quali ancora non conosco gli esiti), mi viene da pensare: «Ho ventitré anni, sono laureato e voglio essere un bibliotecario, ma la professione che ho scelto è una di quelle che, per come stanno le cose e per come si prospettano, farebbe ridere l'intera Ciurlandia». Se agli occhi dei ministri il problema attuale, tralasciando tutte le storture nelle prove dei concorsi, appare essere solo quello della valorizzazione del patrimonio culturale, il rimedio non è forse l'investimento di energie nelle risorse umane che si occupano di ciò? In chi, per la professione che dovrebbe svolgere, ha tra i suoi compiti istituzionali la valorizzazione? Quando ripenso a quanto ho vissuto finora sento che, prima di fare il bibliotecario, vorrei essere un bibliotecario, ma, nella mia poca o nulla esperienza, comincio a percepire che ciò mi è impedito e che questo succeda anche ad altri (ad esempio a chi vuole insegnare). Mi sembra che storici dell'arte, archeologi, insegnanti, bibliotecari, archivisti, eccetera, più che non essere presi sul serio, siano progressivamente annichiliti. Non è illogico, in tempi in cui si parla sempre più di capitale umano e capitale intellettuale, che avvenga tutto questo? Emanuele Tommasi E' pensando a persone come Emanuele Tommasi che ho scrìtto, più depresso che divertito, la mia cronachetta di Ciurlandia. Come lui, migliaia di giovani motivati costruiscono con intelligenza e con fatica la propria professionalità, vogliono essere bibliotecari, storici dell'arte, archivisti, archeologi; e vogliono esserlo in patria, senza dover emigrare. Da vent'anni governi d'ogni risma rispondono bloccando le assunzioni, o riaprendole a singhiozzo e imponendo le forche caudine di quiz grotteschi. L'ipotizzata nomina di manager esperti in tutt'altro non solo come consulenti, bensì ai vertici delle strutture ministeriali va vista in questo contesto di svalutazione delle professionalità del patrimonio culturale, che è stata ed è responsabilità collettiva di ministri, politici, professori, addetti ai lavori. Senza tale svalutazione non si spiegherebbero i tagli selvaggi ai beni i culturali; né si capirebbe come mai anche a sinistra qualcuno se ne allieti, sostenendo che bisogna ulteriormente «affamare la bestia» (come se non ci stesse i già pensando Tremonti). Si può invertire questo processo perverso? In Italia, se leggiamo la Costituzione, non solo si può ma si deve. Lo ha ricordato con energia il Presidente Napolitano nel suo messaggio di fine anno: «Facciamo della crisi un'occasione perché l'Italia cresca come società basata sulla conoscenza, sulla piena valorizzazione del nostro patrimonio culturale e del nostro capitale umano». In Italia, secondo la legge, la valorizzazione del patrimonio culturale dev'essere volta «al fine di promuovere lo sviluppo della cultura»; così l'articolo 6 del Codice dei Beni culturali (approvato dal precedente governo Berlusconi). Basterebbe applicarlo, e il «capitale umano» dei molti Emanuele Tommasi di cui l'Italia è ricca verrebbe valorizzato, con enorme vantaggio per il Paese. In Ciurlandia, invece, "valorizzare" vuol dire far quattrini a spese del patrimonio culturale, meglio non aver tra i piedi qualche noioso che la fa difficile. In Ciurlandia chi vuoi essere bibliotecario o archeologo anziché manager è un ingenuo. In Ciurlandia il reclutamento delle figure di vertice si fa non secondo le competenze specifiche, ma a naso. In Ciurlandia chi va ai vertici dell'organizzazione dichiara e dimostra, fra gli applausi, di non saperne proprio nulla. La Ciurlandia, insomma, ignora il proprio «capitale umano» di competenze e di talenti, anzi lo disprezza, lo irride e lo cestina. E l'Italia? Salvatore Settis