In questi anni sono state molte le occasioni nelle quali è capitato di discutere sui beni culturali della provincia di Belluno. In certi momenti proponendo, incoraggiando altre volte criticando politici, amministratori e operatori economici per affermare il primato di questo comparto che, unito agli incomparabili aspetti paesaggistici, ai prodotti tipici e alle tradizioni, potrebbe rivestire un ruolo primario per l'economia e il turismo. Lo spunto per tornare sull'argomento è dato ora da Paolo Finotti, un volontario culturale tra i più impegnati di Pieve di Cadore, che tempo fa, sulle pagine di questo quotidiano, lanciava l'allarme sullo scarsissimo interesse delle scuole, in particolare quelle bellunesi, nei confronti della casa del Tiziano e del Museo archeologico, ai quali, tuttavia, andrebbero aggiunti altri monumenti come le chiese e il padiglione vetrato antistante il municipio che contiene i cospicui resti di una villa romana mosaicata con notevoli rimanenze d'impianto di riscaldamento ad ipocausto. Un'opera di valorizzazione terminata giusto tre anni fa ma non ancora fruita nel pieno delle sue potenzialità. Nel merito dell'unicità e ricchezza costituita dai reperti conservati nel Museo archeologico ospitato ai piani superiori del palazzo della Magnifica Comunità, non può certo sfuggire che, nonostante le ripetute inaugurazioni, l'apparato didascalico-esplicativo è ancora deficitario e incomprensibile ai visitatori mancando, addirittura, dell'indicazione dei centri di provenienza dei tanti e interessanti reperti. Qui allora non c'entrano campanilismo o destino cinico e baro che fa scappare i professori, le scuole, il pubblico e gli appassionati da Pieve o dal Cadore. Innanzitutto si deve cambiare mentalità e, soprattutto, l'atteggiamento verso i segni della storia, siano essi arte, archeologia, architettura o altro. Se i primi a non conoscere le proprie ricchezze culturali sono proprio i cadorini o si insiste nel ritenere la tutela e la ricerca un'inutile e dannosa perdita di tempo e di denaro invece che un investimento, al pari, se non meglio, delle gravi colate di cemento che continuano a devastare il territorio con la benedizione dei nostri amministratori, i risultati non possono essere che scarsi se non nulli. Di Lagole con gli scavi clandestini, Auronzo con la mancata creazione di un'area archeologica di piazza Santa Giustina e le difficoltà negli stanziamenti per il proseguimento dello scavo dell'importantissimo santuario del Monte Calvario ci siamo occupati altre volte (fa piacere che il sindaco ne decanti, in trasmissioni televisive locali, le ricchezze, peccato che manchi poi la coerenza nei finanziamenti) più urgente diviene ora spostarsi a S. Vito di Cadore dove qualche tempo addietro sono stati scoperti, nella frazione di Resinego, i cospicui resti di un villaggio risalente, probabilmente, al periodo tardo antico (IV-V sec d.C.). Qui a seguito dell'allargamento della strada che porta agli impianti sciistici della zona sono venute alla luce stratificazioni antropiche, per un totale che oltrepassa i cento metri lineari, lungo le quali si sono raccolti molti frammenti di ceramica. Anche quassù è intervenuta, come da prassi, la Soprintendenza Archeologica e in seguito incominciate le indagini scientifiche da parte di un operatore archeologo incaricato dal comune, ma anche i problemi, connessi con la difficoltà di ritenere questo agire un investimento al pari di quello relativo all'allargamento della strada e costruzione del muro. Si è riscontrato anche qui, come altrove in Cadore ed anche nel resto della provincia, una forte e distruttiva reazione accompagnata da una chiusura mentale di fronte al bene culturale di qualsiasi natura e consistenza esso sia. Perdurando una simile mentalità non si va da nessuna parte e sono, purtroppo, completamente inutili le lamentazioni di Finotti perchè i primi affossatori delle nostre ricchezze culturali siamo noi ritenendole ostacoli da abbattere, nascondere, distruggere per poter completare il sistematico impoverimento dei nostri territori e centri. Questa è l'analisi e la lezione che potrebbe essere completata con i disastri sui beni artistici e architettonici. Se tanto è stato oramai distrutto molto ancora rimane da tutelare e valorizzare. Non resta che impegnarsi e cambiare radicalmente mentalità se vogliamo far sopravvivere i centri di montagna e complessivamente la provincia di Belluno perché dalla crescita culturale non si può prescindere: da qui discende tutto il resto.
CADORE - Quei reperti archeologici sulla strada per gli impianti da sci
In provincia di Belluno, ci sono stati molti discorsi sui beni culturali, spesso con propositi contrastanti. Paolo Finotti, un volontario culturale, ha lanciato allarme sullo scarso interesse delle scuole nei confronti della casa del Tiziano e del Museo archeologico. Finotti sostiene che l'apparato didascalico-esplicativo è ancora deficitario e incomprensibile ai visitatori. Inoltre, ci sono stati scavi clandestini a Lagole e difficoltà negli stanziamenti per lo scavo dell'importante santuario del Monte Calvario. A S.
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