Critica Walter Pedullà rilegge la lezione del Novecento e dice: stiamo vivendo un ritorno all'ordine Walter Pedullà è uno di quei critici che non temono di affrontare i grandi temi. Un po' sul modello del suo maestro Giacomo Debenedetti. Diciamo che da sempre preferisce misurarsi con i macrofenomeni letterari e con i vari ismi che si sono succeduti decennio dopo decennio. Per usare una sua metafora, Pedullà è un critico di fiuto e pure di fiato. Lo dimostra anche in questo suo nuovo libro, Per esempio il Novecento (Rizzoli), in cui raccoglie, con estrema coerenza, saggi che spaziano dal Futurismo ai giorni nostri. La coerenza sta nel leggere il secolo scorso attraverso la specola della tensione sperimentale nelle sue varie forme (espressive e tematiche) e derivazioni, comprese le più imprevedibili e lontane dai movimenti di inizio secolo. C'è un richiamo continuo alla microfisica, che osserva Pedullà a chi scrive nel Novecento dà un consiglio: «Il suo linguaggio sia sempre come la particella stramba che non segue il percorso delle altre particelle atomiche». Un bell'omaggio all'avanguardia storica italiana nel centenario del primo manifesto, perché la morale che si trae dal libro è che in fin dei conti quei distruttori per vocazione che in partenza furono Marinetti e i suoi compagni in realtà ararono il terreno per il futuro, meglio lasciarono semi che avrebbero attecchito qua e là, capricciosamente, per tutto un secolo. Sicché si può intravedere una tradizione del nuovo o una funzione sperimentale che tocca in pieno o di striscio tanti e tanti dei nostri narratori, che sono poi da sempre quelli più cari a Pedullà: «Il Futurismo scrive Pedullà ha contagiato il secolo», dunque non deve meravigliare se con quell'imprinting «tutti gli esperimenti oggi risultino già fatti o così pare, almeno in letteratura ». Al punto da ritenere questi nostri tempi come una fase di (inevitabile) riflusso se non di ritorno all'ordine rispetto all'esigenza, attraverso la letteratura, di «andare oltre la salute» dichiarata da Volponi o di «aggiungere vita alla vita», che era l'obiettivo perseguito da Pizzuto: «I giovani scrittori futuro senza Futurismo e senza ogni ismo sanno che questa è l'unica vita a disposizione e si limitano a raccontarla come se non ci fossero più salti strutturali dai quali il mondo è una cosa mai vista». In realtà la pagina di Pedullà è quella di un critico-narratore, fluviale e affabile sì, ma sempre preoccupato di non tradire due principi di militanza: la disponibilità all'ascolto del testo e la presa di responsabilità che gli fa scegliere un autore e scartare l'altro senza troppi peli sulla lingua. Come quando osserva: «È storia pure la nevrosi, epidemia borghese del primo Novecento della quale Gadda fu l'untore. Invece Moravia scelse il ruolo del terapeuta e si limitò a consolare ». Del resto, la prospettiva viene dichiarata sin dal capitolo iniziale, sul bello in letteratura, dove Pedullà, sulla scorta di due concetti opposti e complementari (la «scrittura» di Debenedetti e la «struttura» di Della Volpe), non resiste alla tentazione di offrire i suoi esempi, citando qualche passaggio gaddiano, il racconto di Alvaro Il ritratto di Melusina, «uno dei più bei risultati della narrativa del Novecento », un paio di pagine di Horcynus Orca («il mare non ha mai mandato un così intenso odore attraverso il suono delle parole»), «romanzo di caos, dissoluzione, riduzione all'inorganico». Nel novero delle sue preferenze ci stanno nomi prevedibili, da Palazzeschi a Gadda a Manganelli, ma ci sta anche molto altro: il filone comico-assurdo- satirico, che riguarda Campanile, Brancati, Zavattini, il fantastico-surreale della linea Bontempelli-Savinio- Landolfi-Calvino, il barocco meridionale di Alvaro, Pizzuto, Rea, Bonaviri, D'Arrigo, l'espressivismo di Testori e Pasolini, le esperienze neoavanguardiste di Pagliarani, Volponi e Malerba. E se i singoli saggi, poi, si concentrano a sondare uno o l'altro di questi autori, non si perde mai il disegno più generale entro cui si inquadrano. C'è solo l'imbarazzo della scelta, nel Novecento inquieto, razionale e irrazionale, tragico e comico-giocoso, distruttivo e positivo, che ci propone Pedullà: «Il Novecento italiano è stato un grande secolo: l'abbiamo detto all'Europa e abbiamo portato le prove, nei secondi cinquant'anni non meno che nei primi». Compreso il maestro Debenedetti, la cui opera saggistica non ha nulla da invidiare alla narrativa più sperimentale, perché vi si trova naturalmente, tra l'altro, «la particella stramba», che è il personaggio uomo, e cioè l'autore stesso; c'è l'epifania da cui veniva folgorato il critico leggendo i suoi autori; c'è quell'incompiutezza che apprezzò in certi narratori come necessità. Lui stesso, Debenedetti, va annoverato tra i rivoluzionari inconsapevoli che gli piacevano tanto in letteratura (a cominciare da Svevo e Tozzi). Anche un altro rivoluzionario (non proprio inconsapevole) come Gadda sceglie di non concludere i romanzi, mentre chiude con puntualità i racconti, nel suo perenne andare e tornare dal tragico al comico (nelle sue varie gradazioni, dall'umorismo manzoniano al riso «cretinoski»). Il tragico sarà predominante nella seconda parte della Cognizione e in particolare nelle pagine che Pedullà cita più volte come il vertice della narrativa italiana, dove la Vecchia Signora riceve la notizia che il figlio più caro è morto in guerra: «È uno strazio reso lancinante dal silenzio in cui si svolge la scena- madre del romanzo e del suo autore ». La convivenza gaddiana di tragico e comico diventa compresenza di follia e sapienza nel «più europeo, cioè più moderno, della maggior parte dei nostri scrittori, anche nel senso che è straniero rispetto a tutte le patrie». Si sta parlando di Landolfi: grasso nei diari, magro nei racconti, dove questo nomade scettico, questo avventuriero nell'ignoto, questo nemico di ogni dogma, autocritico fino al masochismo (la cui psiche però non è «ulcerata » come quella di Gadda) impone tutta la potenza negativa del fantastico, del paradosso, dell'assurdo: «Non sanno avverte Pedullà che cosa si perdono i lettori di tutto il mondo a ignorare questo scrittore le cui fantasie meritano la cittadinanza in ogni lingua ». Pedullà, spesso e volentieri, chiama in causa i lettori, quasi a voler lanciare un appello, come nel caso di D'Arrigo, che non avrebbe ottenuto quel che merita. Ma non c'è bisogno di essere trasgressivi fino a quel punto, per essere originali: si prendano la scrittura magra di Domenico Rea, il realismo magico di Alvaro, la miscela di fiaba e memoria infantile in Bonaviri, il rovello masochistico di Testori, l'attrazione del vuoto in Malerba, i vulcani mai spenti di Pagliarani. Il bilancio del nostro Novecento letterario è ampiamente all'attivo: con le sue inquietudini, accensioni, epifanie ha saputo «aggiungere vita alla vita» della storia culturale europea. Quegli incendiari di Marinetti e compagni sotto sotto ne sarebbero fieri.
Corriere della Sera
12 Gennaio 2009
La sperimentazione (aperta col Futurismo) è ormai finita
PA
Paolo Di Stefano
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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