Mostre Prorogata l'esposizione dei capolavori dell'Hermitage. Ma intanto il nuovo Maec si propone anche come un modello per l'Italia Ai trenta capolavori etruschi dell'Hermitage (in mostra fino al 25 gennaio) il Maec di Cortona affida il suo nuovo corso: opere certamente strepitose che per la prima volta tornano in Italia (dalla bellissima scultura-urna in bronzo raffigurante un giovane disteso all'incredibile placchetta con il Dio del Sole alato proveniente dalla collezione Campana fino all'anfora con delfini, ippocampi e draghi marini che tanto ricorda Gio Ponti) ma che, idealmente, fanno «solo» da testimonial eccellenti ad un progetto avviato ormai da tempo dallo stesso Museo dell'Accademia etrusca e della città di Cortona (Maec appunto), un progetto che sembra avere orizzonti di ben più ampio respiro di quelli legati ad una semplice «esposizione- evento». La mostra curata da Elena Ananich, Paolo Giulierini, Paolo Bruschetti (catalogo Skira, per informazioni 0575637235) non propone così soltanto crateri, buccheri, anfore a figure rosse oppure nere. Ma, ad esempio, sei nuove sale (l'allestimento curato da Andrea Mandara ha puntato sulla linearità utilizzando con successo videoproiezioni e schermi digitali) dove è esposta, per la prima volta dall'inizio degli scavi nel 2005, una parte dei reperti trovati nella necropoli etrusca dell'area archeologica del Sodo. E che rappresentano l'ideale continuazione di un percorso ben più antico iniziato nel 1726 con la nascita, proprio a Cortona, di quella Accademia Etrusca che costituisce il nucleo storico della collezione oggi ospitata nel trecentesco Palazzo Casali: settemila opere, duemila metri di spazio espositivo, diecimila volumi conservati (il tutto affidato ai curatori Paolo Giulierini e Paolo Bruschetti) con una appendice moderna dedicata al concittadino Gino Severini (da vedere la magnifica Maternità del 1916). Mentre l'impegno congiunto di Comune, Ministero e Soprintendenze è servito a migliorare l'operatività e l'accessibilità del Parco Archeologico attraverso la creazione tra l'altro di un laboratorio di restauro. Da Cortona arrivano però anche altri segnali, che confermerebbero una nuova via della museologia italiana (testimoniata in qualche modo dal protocollo d'intesa firmato di recente dagli Uffizi di Firenze e che dovrebbe affidare ai musei della provincia quelle opere attualmente costrette nei depositi della galleria per motivi di spazio). L'archeologo Mario Torelli dell'Università di Perugia (cui era stato affidato nel 1986 il progetto organico di indagine sull'antica polis di Cortona e sul territorio) aveva a suo tempo parlato, durante l'inaugurazione, di «grandi musei centrali che sono ormai morti, finiti»; di «collezioni che devono tornare alle loro terre d'origine, nei piccoli musei sparsi sul territorio »; di «vetrine che non possono essere più soltanto boutique dove esporre oggetti bellissimi, ma che devono invece ospitare i risultati di concrete ricerche scientifiche». Il Maec di Cortona può essere, dunque, un buon modello di piccolo museo locale con vocazione internazionale (magari anche un po' glamourfashion visto le tante celebrities, da Jovanotti a Robert Redford, che frequentano quella che Henry James aveva definito «la più antica e straordinaria città d'Italia »). Non è un caso, insomma, che la mostra sia nata dalla collaborazione con la Fondazione Hermitage-Italia (che annuncia per quest'anno un'esposizione a Prato dedicata ai tessuti) e che negli scavi attorno alla città toscana sia fin dall'inizio coinvolta l'Università di Alberta in Canada. Come non è certo un caso che il museo si proponga come l'unico in Italia dove i custodi sono veri esperti, archeologi o quantomeno tecnici. Il che, certo, non guasta. Stefano Bucci