«Quei bassorilievi devono tornare là». E' la prima dichiarazione che Luca Zaia rilascia riaprendo villa Albrizzi Franchetti, nel pomeriggio di ieri. « La comunità trevigiana è stata privata per oltre trent'anni di opere di inestimabile valore che facevano parte del compendio immobiliare di villa Franchetti. Non ci devono essere dubbi: i basso-rilievi devono tornare al loro posto». Sornione e compiaciuto anche perché interista per il colpo messo a segno alia, «famiglia d'Italia» torinese, solo un po' dispiaciuto per la fuga di notizie che ha affrettato i tempi del sequestro giudiziale, il presidente della Provincia rilancia più tardi l'idea di un grande museo della scultura trevigiana dentro al complesso monumentale della villa di Preganziol. Magari intitolato a Giovanni Agnelli, alla cui famiglia Zaia lancia un appello di collaborazione. I bassorilievi si trovavano, molto probabilmente, nella barchessa sud della villa: e da lì sono stati rimossi pochi mesi prima del passaggio di villa Albrizzi dal barone Raimondo Franchetti alla Provincia di Treviso, nel 1971. Zaia conosceva la vicenda da almeno sei mesi: «Era una delle solite leggende metropolitane: da questa villa sono scomparse molte cose. Erano sei, forse nove i gessi del Canova custoditi. La Guardia di Finanzia, che ringrazio insieme alla Procura di Treviso, ne ha ritrovato quattro. Mancano ancora all'appello altre opere: le ricerche devono continuare» spiega il presidente della Provincia, convinto più che mai che le opere debbano tornare al loro posto. «Poi, recentemente, una soffiata ha riferito che le opere erano arrivate a Torino. Il resto fa parte delle indagini conosciute dalla Procura». Non sono estranee alla vicenda, probabilmente, le ricerche compiute da uno storico funzionario della Provincia, Adriano Favaro, che ha curato uno studio su villa Albrizzi che sarà presentato tra qualche giorno. Il ciclo di bassorilievi «La vita di Socrate» rappresenta uno dei capitoli del grande libro della spoliazione del patrimonio artistico nazionale. Realizzati negli ultimi anni del Settecento, finiti a villa Albrizzi Franchetti quando Canova era ancora in vita (morì nel 1822), i bassorilievi rimasero sempre nello stesso luogo. Tanto che il 3 aprile 1925 la Soprintendenza dell'epoca vincolò i bassorilievi al compendio immobiliare, schedando i quattro gessi. Non solo: nel 1965 il soprintendente Padoan confermò quel vincolo. Peccato che appena sei anni dopo la Provincia di Treviso acquistò la villa dalla famiglia Franchetti con una liberatoria dal sapore sibillino e in aperto contrasto con i vincoli precedenti: «Dalla barchessa al lato sud il venditore barone potrà asportare le cose mobili sue, ivi compresi i cosiddetti calchi del Canova» recita il contratto siglato l'I dicembre 1971. Chiuse un occhio la Soprintendenza: «Niente da eccepire. Ma il vincolo c'era e di fatto c'è ancora» protesta Zaia, che aggiunge: «La logica e il cuore ha concluso Zaia ci suggeriscono che il loro destino fosse quello di tornare finalmente al loro posto, alla loro terra d'origine. E cosi, per fortuna, sarà». Il barone Raimondo Franchetti, che decise nel 1971 di cedere alle lusinghe della Provincia e vendere la villa di Preganziol, riuscì a piazzare i bassorilievi a un importante mercante d'arte di Brescia. Che in poco tempo convinse Luigi Lucchini, «re del tondino» ed ex presidente di Confindustria, ad acquistarli. Una decina di anni fa, complice la straordinaria ammirazione che l'Avvocato Giovanni Agnelli mostrava per il maestro di Possagno, i bassorilievi finirono nella collezione privata di villa Frescot, la residenza sulla collina torinese dove l'ex patriarca della Fiat è spirato poco più di un anno fa.
GESSI CANOVIANI - Luca Zaia è convinto: I gessi tornino a casa, faremo un museo
Luca Zaia, presidente della Provincia di Treviso, ha dichiarato che i bassorilievi di Canova devono tornare al loro posto nella villa Albrizzi Franchetti. I bassorilievi, realizzati negli ultimi anni del Settecento, furono acquistati da un mercante d'arte di Brescia e successivamente venduti a Luigi Lucchini, re del tondino. Oggi si trovano nella collezione privata di villa Frescot a Torino. Zaia ha chiesto che le opere debbano tornare al loro posto, convinto che la logica e il cuore suggeriscano che il loro destino fosse quello di tornare alla loro terra d'origine.
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