Queste le ipotesi di reato contestate a dodici indagati in un'indagine della Procura di Napoli di gennaio 2008. Coinvolti di dirigenti, ex dirigenti, dipendenti della Soprintendenza, ma anche imprenditori, architetti e titolari di studi professionali. Coinvolto anche il soprintendente Enrico Guglielmo «Ma come? Questa storia è già diventata di pubblico dominio?». Il soprintendente Stefano Gizzi è sopreso, cerca di dribblare le domande, chiede di rispettare il silenzio che viene imposto quando ci sono indagini in corso e, soprattutto, quando non sono ancora state stabilite le eventuali colpe: «No, non parlo di questa storia, anche e soprattutto perché fino a quando non viene accertata la colpevolezza di una persona, io la considero innocente». La vicenda ha colpito come un fulmine gli uffici della Soprintendenza. Gli ultimi giorni sono stati intensi e ricchi di colpi di scena: convocazioni, carabinieri, dichiarazioni da verbalizzare. Certe cose non sono all'ordine del giorno nelle stanze in cui ci si prende cura dei beni architettonici e artistici della città: «Abbiamo l'obbligo di mantenere il riserbo su quel che è accaduto, e soprattutto circa le risposte che abbiamo dato ai carabinieri», precisa il soprintendente Gizzi che parla solo di quel che può, pesando le parole, cercando di non tradirsi e soprattutto evitando di fare il nome della persona coinvolta nella vicenda: «Abbiamo, naturalmente, collaborato. Abbiamo risposto alle domande e chiarito ogni dubbio degli inquirenti. Adesso aspettiamo solo di sapere cosa è realmente accaduto, la giustizia farà il suo corso e non non possiamo che aspettare. La denuncia credo che sia partita da persone che sostengono di aver ricevuto richieste. Ma onestamente non conosco i particolari, e i carabinieri non sono venuti a dirli a me». Anche l'architetto Paola Bovier sa della vicenda. È dirigente della Soprintendenza e pure lei ha parlato con i carabinieri. La reazione è la stessa del soprintendente Gizzi: «Ma allora questa storia finirà sui giornali?». Stessa gentilezza ma identica fermezza del soprintendente: «No, scusi, c'è una indagine in corso. Mi hanno detto di mantenere il massimo riserbo su quel che so e su quel che ho dichiarato ufficialmente». Le parole confermano, naturalmente, l'esistenza dell'indagine su un dipendente della soprintendenza: «Certo, mi sembra evidente, ma non posso dire nomi né circostanze. Lasciate che la giustizia segua il suo corso». Da tempo i carabinieri lo tenevano d'occhio. Controllavano le sue mosse, ascoltavano le sue conversazioni, prendendo nota di tutti gli appuntamenti di lavoro. Una serie di indizi - segnalazioni della prima ora - portavano a quel dipendente in servizio presso la Soprintendenza ai Beni architettonici e paesaggistici di Napoli indicandola come persona da tenere sotto controllo. Le indagini, affidate ai carabinieri del comando provinciale guidato dal generale Gaetano Maruccia, alla fine hanno dato corpo a quegli indizi. Convincendo prima il pubblico ministero e poi il giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Nola a chiudere l'inchiesta sull'indagato. L'uomo - del quale sono note solo le generalità, A.G - è da ieri agli arresti domiciliari. A notificargli il provvedimento richiesto dal sostituto procuratore Francesca Sorvillo ed emesso dal gip sono stati ieri mattina i militari del Reparto operativo (diretto dal colonnello Gianluca Scafuri). Pesante l'accusa: tentata concussione. Dalla ricostruzione investigativa è emerso un quadro inquietante. Secondo l'accusa, infatti, l'uomo - un funzionario in servizio presso l'ufficio della Soprintendenza ai Beni architettonici e paesaggistici di Napoli - era in servizio presso l'ufficio che rilascia i nulla osta: e proprio sulla possibilità di sottoscrivere i nulla osta, concedendo il visto necessario a portare avanti le opere immobiliari l'indagato avrebbe fatto affidamento avvicinando i direttori tecnici di alcuni cantieri ai quali, in cambio del «sì» della Soprintendenza, avrebbe chiesto somme di denaro. Sempre secondo l'accusa, le richieste avrebbero oscillato tra i 500 e i 2000 euro. Sono tre gli episodi contestati e contenuti nell'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari firmata dal giudice di Nola. La contestazione del reato mossa dal pubblico ministero - la tentata concussione - deriva dal fatto che il funzionario in servizio presso la Soprintendenza, nell'esercizio delle proprie funzioni ricopriva lo status di pubblico ufficiale. La sua firma in calce a quei nulla osta sarebbero stati, insomma, un atto pubblico che faceva fede fino a prova contraria. L'indagato avrà modo di contestare gli addebiti tra qualche giorno, in occasione dell'interrogatorio di garanzia. Ma l'inchiesta avviata dalla Procura di Nola, diretta da Paolo Mancuso, potrebbe essere foriera di nuovi sviluppi. A quanto si è appreso, poi, nel corso delle indagini preliminari i vertici della stessa Soprintendenza avrebbero offerto piena collaborazione a investigatori e inquirenti. Fin qui la cronaca. All'indomani della ormai nota inchiesta che vede coinvolti, oltre a l'immobiliarista Alfredo Romeo, anche ex assessori comunali di Napoli ed esponenti della politica locale e nazionale, si rafforza la sensazione che si sia ormai aperto un nuovo, importante capitolo giudiziario. e c'è già chi parla di una seconda Tangentopoli all'ombra del Vesuvio. (Ha collaborato Antonio Russo)