Arriva Chiti. Ma arriva anche un fax firmato da Fioroni, che rischia di creare non pochi problemi: tre candidati su quattro (Renzi, Lastri e Cioni) insorgono parlando di colpo di mano. Il fax di Fioroni dice che la votazione di giovedì sera allassemblea del Pd al circolo Andreoni, è valida, e questa è una bella mano a Pistelli: si va a primarie di coalizione, come ha deciso la maggioranza dei partecipanti anche se non è stato raggiunto il quorum della maggioranza assoluta degli aventi diritto. Roma manda Chiti a verificare che lo svolgimento delle primarie si svolga in modo regolare e con meno danni possibili. Cioè Chiti non viene come commissario, perché Veltroni non può commissariare tutto il partito dopo lAbruzzo, Napoli e la Sardegna, ma intanto delegittima il segretario cittadino Billi, inabile a risolvere il caos delle primarie. Non viene nemmeno come salvatore della patria, perché Chiti, pistoiese, ex presidente toscano, eletto a Firenze, è comunque un inviato romano, imposto da Roma dove non si è ancora deciso quanto federalismo debba esserci nel Pd e quindi Chiti, almeno nelle forme, dovrebbe favorire una certa fiorentinità delle decisioni finali. Guanto di velluto, ma decisione allapparenza di ferro: il partito e Veltroni si sono decisi a affrontare lo scontro tra i quattro candidati, il tifo organizzato, la riduzione di ogni discorso politico al mi giova o non mi giova. Chiti arriva con una missione a tempo, il compito è verificare e favorire la possibilità di primarie di coalizione. Ex ministro e vice presidente del Senato, Chiti è una persona di qualità: e anche se Firenze non è più terra di profeti disarmati, i vertici del Pd sperano che sappia ricondurre la lotta fratricida a una dimensione politica e non più personalistica. Insomma che cerchi di ridare dignità politica a una lotta che trascura qualunque riflessione sulla crisi economica, il blocco dellattività amministrativa, le condizioni politiche e programmatiche di una eventuale coalizione, la continuità o meno rispetto alle scelte urbanistiche della giunta Domenici. Cè un ovvio interesse elettorale: se la battaglia è diventata una guerra, su quali basi il candidato vincente alle primarie potrà riunire dietro di sé tutto il partito nella conquista di Palazzo Vecchio? Insomma: correre ai ripari. La reazione di Cioni, Renzi e Lastri è dura: parlano di colpo di mano, lassemblea allAndreoni - dicono - si è conclusa con la presidente Meucci che sanciva linefficacia del voto, se si vuole modificare qualcosa si deve riconvocare lassemblea. Cioni si sente ancora candidato visto che le primarie di coalizione non sono state approvate e quindi si ritorna alle primarie di partito: non esita a ventilare lipotesi di una lista autonoma con aderenti al Pd.